Se “Domenica è sempre domenica”, come cantavano Renato Rascel e Mario Riva, allora Pinocchio è sempre Pinocchio. Intramontabile, universale, capace di attraversare epoche, linguaggi e generazioni senza perdere la sua forza evocativa.
Non è un caso che su quel “pezzo di legno” diventato bambino siano stati versati fiumi d’inchiostro, né che continui a ispirare artisti di ogni disciplina. Emblematica, in questo senso, la mostra Pinocchio that’s me del pittore Silvano Campeggi, detto “Nano”, che ripercorse la storia del burattino collodiano facendolo dialogare con le grandi star hollywoodiane attraverso 36 dipinti originali, poi esposti dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi di Pescia.
Dalla letteratura al cinema, dall’illustrazione al fumetto, fino alle più recenti declinazioni digitali e all’intelligenza artificiale, Pinocchio continua a vivere nuove vite. Tra le più celebri resta quella firmata da Walt Disney nel 1940: un capolavoro tecnico, lodato per la qualità dell’animazione e premiato con due Oscar, ma penalizzato all’epoca dal contesto storico della Seconda guerra mondiale, che ne limitò la diffusione nei mercati europei e asiatici.
Accanto alla fama internazionale, si muovono anche percorsi meno noti ma altrettanto significativi, come quello dello scrittore Angelo Patri (Angelo Petraglia), emigrato negli Stati Uniti e profondamente influenzato dalla pedagogia di John Dewey, che contribuì a diffondere una lettura educativa e moderna del personaggio.
E poi c’è il Pinocchio italiano per eccellenza: quello televisivo del 1972 diretto da Luigi Comencini che superò i 58 milioni di telespettatori. Il volto di quel Pinocchio è Andrea Balestri, che a mio avviso è il vero Pinocchio, per profumo e poetica, nonché totale aderenza per quello sceneggiato che entrò nel cuore e nel costume dell’Italia intera.
Lo incontriamo in occasione delle celebrazioni per i 200 anni dalla nascita di Collodi, in un clima vivace e partecipato. Tra ricordi, aneddoti e riflessioni, emerge il ritratto di un uomo che ha attraversato il successo senza restarne prigioniero.
“Qualcuno ha osservato che molti personaggi di quel periodo non ci sono più…ebbene sì, concordo, toccando però bene bene ferro! Con finale però di ‘Pinocchietto’ che rivolto al babbo anziano assai… “Babbino, babbino caro, adesso sono io che penso a te!”. Dice, mentre ridono e si commuovono le persone sedute nell’ampio salone mentre il nostro ‘toscanaccio’ con ‘codino’ castano e qualche striatura bianca nei capelli, prosegue ricordando l’abilità del regista nel trovare gli attori giusti.
“Più tardi feci qualcosa con Bud Spencer ed altro ancora, lavorai anche per Lizzani, ma, mentre quest’ultimo voleva il ruolo d’attore, Comencini apprezzava invece la spontaneità. E quindi il ritorno nell’ amata provincia pisana, mi andò benissimo”.
Sarà, ma…colpo di magia? Ecco rivederlo nuovamente nei vari mesi di lavoro – o forse divertimento – trascorsi sul set della campagna laziale, osservandolo correre trottolino a piedini nudi lontano da situazioni insolite, proprio durante le riprese del set.
Come fu il rientro in provincia pisana? Da bimbetto, bimbettino di 6 anni e mezzo se il tono dei miei amichetti era canzonatorio… Pinocchioooo, Pinocchioooo, beh, essere preso in giro non è che mi garbasse tanto, mi scattava il ‘grilletto’ e…, se detto invece in termini affettuosi e bonari, allora sorridevo.
Come ti scelse Comencini?
Visionò oltre 3000 fotografie nelle scuole, poi trovò me… ma l’inizio non fu promettente.
Perché?
Perché mi fece rompere un quadro a mò di provocazione e …io che ne sapevo? Gli risposi che coraggio ne avevo tanto e col martello ‘sdrrrrengggg’! Sta di fatto che si arrabbiò moltissimo con seguito di battute non troppe benevole l’un altro. Decisamente un modo per capire il personaggio che cercava.
Che clima c’era sul set?
Da favola. Comencini era di una dolcezza unica, affettuosissimo, più babbo che regista, come del resto anche Nino Manfredi, vera e propria figura simpaticissima. Mi trovavo benone con lui, come del resto anche con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia
Il Gatto e la Volpe.
Esatto.
E con Gina Lollobrigida, la Fata Turchina?
Qualche controversia sì. Lei, giustamente da diva Fata Turchina, pretendeva il “lei”. Io invece, da bambinetto, davo del “tu” a tutti.
E poi ci fu anche uno scontro…
Eh sì. Lei mi disse “li mortacci tua”, in perfetto romanesco… e io risposi per le rime, toccando anche la mamma!
Cosa successe dopo?
Successe che eravamo tutti pronti per la stampa internazionale – ricordo ancora quel mio vestitino di ‘balla’ – mentre rispondevamo alle domande, sotto i miliardi di flash che ci accecavano. Lei non era ancora arrivata e, una volta finito il servizio, andarono via. Quando la signora si presentò in ritardo… apriti cielo! Pretendeva di poter ricominciare e, al rifiuto, successe il terremoto. Ci fu una spintarella, lei quasi cascò… e poi, poi, senz’altro qualcosa gonfiò. La storia dei sassi invece era vera, e quindi la star, come una furia, si diresse da Comencini intimandogli: “Mandi via subito quel bambino, subito! E lui tranquillo: “Io il mio Pinocchio l’ho trovato, la Fata Turchina decida lei!
I rapporti si ricucirono?
Mah… finite le riprese non mi volle più vedere. Però era una grande attrice. Riposi in pace.
Dopo quel successo hai lasciato il cinema. Come mai?
Non mi interessava più di tanto. Il tempo passò.
Hai fatto un lavoro completamente diverso.
Sì, operatore ecologico per 31 anni in maniera orgogliosa e soddisfacente; qualsiasi occupazione nobilita l’uomo. E questo vale per l’avvocato ed il netturbino.
La tua vita è piena di orgogli, non di rimpianti.
Centrato giusto.
Concordo poiché il naso non gli è allungato nemmeno d’un millimetro! E oggi?
Sono in pensione ma non certo immobile visto che ho una mia compagnia teatrale e mi diverto moltissimo. Facciamo commedie poiché amiamo far ridere la gente, nonché portare in lungo e largo lo spettacolo “Pinocchio racconta Pinocchio”. In sintesi il percorso di quegli 8 mesi che recitai negli ampi spazi del Lazio. Che dire ancora? Lavoriamo tanto, con soddisfazione e le richieste non mancano certamente, nemmeno dall’estero.
Hai visto il “Pinocchio” di Benigni?
Sì, lo vidi e a mio avviso fece un capolavoro per fotografia, costumi, scenografia etc, nonostante l’interpretazione d’un uomo di 55 anni d’allora. Questa cosa mi trovò abbastanza scettico.
L’intervista si chiude tra sorrisi e richiami fuori campo. Andrea Balestri resta legato a quel personaggio che lo ha reso celebre, ma senza nostalgia né rimpianti. Inevitabile il ricordo del bel libro di Curzio Malaparte, “Maledetti Toscani” sperando io!… di non essere stata così maledetta. Da persona intelligente sicuramente Pinocchio apprezzerà la buona ironia!
Con finale, si badi bene, che tutto quello che sin qui è stato detto e scritto, trattasi di non lunghissime bugie, ma sacrosante verità!
L’articolo Pinocchio, eterno specchio dell’Italia tra arte, cinema e memoria proviene da IlNewyorkese.



