Le elezioni in California entrano nel vivo con le jungle primaries

Con il voto per corrispondenza già iniziato e le schede spedite agli elettori californiani, entra ufficialmente nel vivo una delle stagioni elettorali più delicate e imprevedibili degli ultimi anni negli Stati Uniti. Il prossimo 2 giugno la California tornerà alle urne per le cosiddette “jungle primaries”, il particolare sistema elettorale in cui tutti i candidati – democratici, repubblicani e indipendenti – competono insieme nello stesso turno. Solo i primi due classificati accederanno poi alle elezioni di midterm di novembre, anche se appartenenti allo stesso partito. Uno scenario che, secondo alcuni osservatori, potrebbe persino portare a una finale tutta repubblicana per il governatore della California: un evento che non si verifica da oltre quindici anni.

Le elezioni di quest’anno avranno un peso enorme non soltanto per Sacramento, ma per l’intero equilibrio politico americano. In California si eleggerà infatti il nuovo governatore, così come in altri 36 stati su 50. A novembre si voterà inoltre per il rinnovo completo della Camera dei Rappresentanti e per un terzo del Senato, ridefinendo quindi gli equilibri del Congresso federale e il rapporto di forza con l’amministrazione Trump. A Los Angeles, inoltre, si aprirà anche la corsa per il nuovo sindaco, con molti che si chiedono se Karen Bass riuscirà a conquistare un secondo mandato.

La corsa per il governatore della California appare oggi più frammentata che mai. Tra i repubblicani emerge Steve Hilton, ex commentatore politico sostenuto da Donald Trump e promotore dello slogan “Make California Golden Again”. Sul fronte conservatore corre anche Chad Bianco, volto dell’approccio “law and order”. Nel campo democratico, invece, si muovono figure molto diverse tra loro: Katie Porter, conosciuta per le sue battaglie anti-corporate e per l’immagine di “working mom”; Xavier Becerra, ex Attorney General e già segretario federale alla Salute; il miliardario Tom Steyer, che sta investendo centinaia di milioni di dollari nella propria campagna; ma anche l’ex sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa e il sindaco di San José Matt Mahan.

Per capire meglio il funzionamento delle jungle primaries, il clima politico del momento e gli scenari possibili, abbiamo intervistato l’ex deputato democratico californiano Mike Gatto.

Che cosa sono le jungle primaries e perché vengono utilizzate in California?

Qualche decennio fa la California ha approvato una legge secondo cui i primi due classificati avanzano al turno successivo indipendentemente dal partito. Negli altri Stati normalmente ogni partito sceglie il proprio candidato alle primarie. In California no.

Quali sono i principali vantaggi e svantaggi di questo sistema?

La teoria era che avrebbe prodotto candidati più moderati, perché non dovevano competere solo per dominare il proprio partito. Ma nella pratica non siamo sicuri che funzioni davvero così.

Esistono altri Stati con un sistema simile?

Ce ne sono alcuni, ma la California è sicuramente il caso più estremo.

Quest’anno si parla della possibilità che due candidati repubblicani arrivino al ballottaggio finale. Potrebbe succedere anche nella corsa a sindaco di Los Angeles. Quali sono le sue previsioni?

Garantisco che non ci saranno due repubblicani nella corsa a governatore in California. Questa voce circolava molto, ma nasce da chi non conosce davvero la California. Ci sono ancora moltissimi elettori indecisi e alla fine voteranno democratico.

Chi sono oggi i candidati con maggiori possibilità di vittoria?

Questa è stata la corsa più folle nella storia politica della California. Ho un’ex collega che ha sostenuto cinque candidati diversi perché i primi quattro si sono ritirati dalla corsa. Prima il vicegovernatore, poi il presidente del Senato della California, poi un mio ex collega legislatore, poi un candidato coinvolto in uno scandalo sessuale. Tutti usciti dalla corsa. Il problema è che ci sono troppi candidati e nessuno è riuscito davvero a catturare l’attenzione degli elettori. Molti sono attorno al 10% nei sondaggi e questo rende tutto estremamente imprevedibile.

Chi vede oggi come favoriti?

Tra i repubblicani il candidato più forte è Steve Hilton. È un ex consulente politico, molto popolare nell’elettorato conservatore. Sul lato democratico, Xavier Becerra è emerso come frontrunner. È stato membro del Congresso, Attorney General della California e poi segretario alla Salute nell’amministrazione Biden.

E Tom Steyer?

Tom Steyer sta investendo cifre enormi. Ha già speso oltre 150 milioni di dollari e probabilmente supererà i 200 milioni prima della fine della corsa.

Le sue passate attività con compagnie petrolifere e prigioni private potrebbero penalizzarlo?

Ha un background molto particolare. Nella prima parte della sua carriera ha investito in compagnie petrolifere e prigioni private, mentre oggi si presenta come attivista ambientalista. Le persone cambiano, certo, ma alcuni elettori potrebbero voler capire meglio questa trasformazione.

Quali saranno i temi centrali per gli elettori?

In questo momento le persone si preoccupano soprattutto di due cose: affordability, quindi costo della vita, benzina, cibo, case; e homelessness, cioè qualità della vita e sicurezza. La gente vuole poter mantenere i propri figli, andare al lavoro senza spendere una fortuna e vivere i propri quartieri senza il degrado legato all’emergenza homeless.

Che cosa dobbiamo aspettarci invece a livello federale?

Storicamente il partito che controlla la Casa Bianca perde terreno alle elezioni di midterm. Per questo penso che i democratici abbiano ottime possibilità di riconquistare il Congresso.

Che impatto avrebbe sull’amministrazione Trump?

Se i democratici riprenderanno il Congresso, vivremo due anni folli. Vedremo nuove procedure di impeachment, nuove audizioni parlamentari e un blocco quasi totale dell’agenda legislativa di Trump.

In Europa spesso si racconta la politica americana come una sfida tra tifoserie opposte. È davvero così?

Assolutamente sì. Molte persone non leggono più i programmi e non approfondiscono le posizioni dei candidati. Si identificano semplicemente come ‘forti democratici’ o ‘forti repubblicani’ e votano di conseguenza. Questo però non sempre produce i migliori risultati. Servirebbe un elettorato più informato. Oggi molti votano solo per appartenenza, come se fosse una squadra sportiva. E non è il modo migliore per governare la nazione più importante del mondo.

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