Premium Pete, il connettore culturale

Premium Pete è una vera e propria figura di riferimento: è un podcaster e imprenditore nato a New York, conosciuto per la sua autenticità e per il suo legame profondo con la cultura hip-hop. Cresciuto a Brooklyn, ha costruito la propria reputazione attraverso conversazioni sincere, dirette, non filtrate, in cui l’onestà viene prima della performance.

Prima di dedicarsi al podcasting, è stato profondamente immerso nella cultura delle sneaker, gestendo un proprio negozio ed entrando a far parte di una comunità in cui business, lifestyle e racconto si intrecciavano. Una figura importante nel suo percorso è stata Combat Jack, la cui eredità nel mondo del podcasting ha contribuito a formare l’approccio di Pete a un dialogo significativo, ampio e capace di attraversare mondi diversi.

Come host di The Premium Pete Show, ha intervistato artisti, imprenditori e figure culturali, affermandosi come una voce autorevole che documenta le storie più che inseguirle, catturando lo spirito di New York attraverso la conversazione.

Sei considerato un pioniere del podcasting. Che cosa avevi capito di questo mezzo prima che diventasse mainstream?

Prima di tutto, serve passione. La passione può trasformarsi in una professione e, alla fine, in una carriera. Sono cresciuto con una grande passione per alcune cose, e sono riuscito presto a trasformarla in attività.

Anche una cosa come le sneaker. Collezionavo Adidas e Nike, e oggi lavoro a progetti con loro. All’inizio ero semplicemente appassionato al loro aspetto e a come potevo aggiungere valore a quella subcultura. I social media non erano come oggi: dieci anni fa molte persone non avrebbero creduto che si potesse fare questo lavoro. Quindi direi che la cosa fondamentale è avere fiducia nel fatto che la propria passione possa diventare una comunità.

Quando ho iniziato, non c’erano molte persone che facevano quello che facevo io. Passione e fiducia vanno insieme. Dieci anni fa, se dicevi a qualcuno che eri un podcaster, magari non ti prendeva sul serio. Un mio amico, un avvocato dello spettacolo con clienti come Jay-Z, pensava che il podcasting fosse una cosa frivola. Ma noi credevamo nel mezzo. Credevamo che la conversazione potesse andare più lontano. Per me significa credere in sé stessi, nella propria passione e avere il sostegno della propria famiglia.

Ti vedi più come un archivista di una generazione o come un traduttore tra mondi diversi?

È una grande domanda. Oggi le persone mi considerano un ponte. Mi piace mettere insieme mondi diversi. Mi hanno definito un connettore culturale, un brand architect: i titoli non mi interessano molto, ma in sostanza collego persone, cibo, brand e artisti in modi che all’inizio magari non sembrano ovvi. Sono orgoglioso di essere un connettore.

Come si protegge l’autenticità quando tutto intorno diventa sempre più curato e costruito?

Per gli altri può essere difficile, ma per me no. Vivo la mia vita in modo autentico, e le persone lo sentono. Non c’è bisogno di spiegare l’autenticità: significa essere fedeli a sé stessi. Tratto me stesso come un’agenzia: se qualcuno viene da me, io mi attivo, porto a termine il lavoro e resto autentico. Per me viene naturale.

Dopo così tante conversazioni vere, qual è il più grande equivoco sul successo?

Il successo è soggettivo. Crescendo a Bensonhurst negli anni Ottanta e Novanta, il successo sembrava fatto di soldi ostentati, oro, macchine, potere. Ma quello è l’aspetto esterno. Il vero successo è interno.

Per me significa avere i miei genitori in salute, vedere crescere mia figlia, essere presente. Questo è il vero successo. Non riguarda i soldi o la fama, riguarda ciò che ti rende felice e realizzato. Ho conosciuto persone ricche che non erano felici. Il successo è capire cosa ha valore per te e custodirlo.

In che modo New York ha formato il tuo istinto e la tua voce oggi?

New York è dentro di me: ha formato ciò che sono. Mio padre è di Brooklyn, e crescere con lui mi ha insegnato la fiducia in me stesso, la resilienza e il modo di muovermi nel mondo.

New York ti dà la convinzione di potercela fare ovunque. È nel tuo atteggiamento, nella tua sicurezza, nel modo in cui ti presenti. È contagiosa, e mi è rimasta addosso lungo tutta la mia carriera: nelle sneaker, nello streetwear e oggi nel podcasting.

Sei cresciuto in un mondo in cui comunità e business erano molto importanti. In che modo ti ha influenzato?

La comunità era tutto. Dopo la scuola giocavamo a basket, a dodgeball, stavamo insieme. Ho imparato presto a essere appassionato, anche un po’ nerd, rispetto alle cose che amavo. Collezionavo sneaker in modo ossessivo, studiavo le tendenze e mi mettevo in contatto con persone che condividevano i miei interessi. Quella passione si è trasformata in una carriera e in una comunità.

Senti la responsabilità di preservare l’onestà in un panorama mediatico sempre più veloce e usa e getta?

Assolutamente sì. Tengo molto alla cultura di cui faccio parte. Che si tratti di sneaker, hip-hop o cibo, sento che sia mio dovere rispettare quella cultura e insegnarla agli altri. Voglio far crescere la cultura e le relazioni in modo autentico.

Su cosa sei concentrato adesso, e dove vedi il tuo futuro?

Sono sempre concentrato su più cose: diversificare il mio lavoro e restare attivo. Continuo a collaborare con brand, a lavorare su calzature, prodotti food, recitazione in film e podcast. Il mio futuro riguarda la costruzione di un’agenzia che faccia da ponte tra i creator e la corporate America, aiutando le persone a crescere e a realizzare i propri sogni. Mi piace prendere dei creator e aiutarli ad avere successo in modi che anni fa non erano possibili.

Che consiglio daresti ai nostri lettori?

Non smettete mai di credere in voi stessi. La vita vi metterà alla prova: perdite, ostacoli, fallimenti. Ma bisogna continuare. Ho attraversato momenti difficili e ho fatto errori, ma credere in sé stessi permette di continuare a costruire, creare e prosperare.

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