Fausto Bianchi, vicepresidente nazionale di Piccola Industria di Confindustria, dice che le dimensioni di un’impresa dicono poco della sua capacità di competere. L’Italia ha costruito buona parte della propria economia su piccole aziende, spesso familiari e legate ai territori, che oggi devono fare i conti con mercati sempre più competitivi e tecnologie che richiedono investimenti difficili da sostenere individualmente.
Lo abbiamo incontrato a New York, dove è arrivato per la seconda stagione di The Perfect Pitch, la serie TV che mette in contatto startup e imprese italiane con gli investitori americani promossa da Retimpresa in collaborazione con il Consolato d’Italia a Detroit, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il concorso ROCK, oltre che con ilNewyorkese. Secondo Bianchi, una delle principali difficoltà delle piccole imprese italiane è proprio quella di affrontare da sole sfide che richiedono risorse, competenze e conoscenze dei mercati. Per questo ritiene importante costruire reti tra aziende e rafforzare gli strumenti di sostegno all’innovazione.
Con lui abbiamo parlato anche di giovani, del futuro delle imprese familiari e delle differenze tra il modo italiano e quello americano di fare impresa. E della Maratona di New York, che Bianchi ha corso qualche anno fa e di cui conserva soprattutto il ricordo delle persone che lo incoraggiavano lungo il percorso.
Partiamo da New York. Siete qui con The Perfect Pitch, il progetto che porta imprese e startup italiane davanti agli investitori americani. Perché è importante un’esperienza del genere?
Perché offre ai giovani imprenditori e alle startup la possibilità di confrontarsi con un ecosistema straordinario. Gli Stati Uniti hanno un’infrastruttura dell’innovazione e del venture capital che rappresenta un riferimento internazionale. Venire qui significa raccontare le proprie idee, ma soprattutto misurarsi con un modo diverso di fare impresa, di pensare alla crescita e di affrontare il rischio. È un’esperienza che può cambiare la prospettiva di un imprenditore.
Negli Stati Uniti sembra quasi naturale pensare in grande fin dal primo giorno. In Italia, invece, siamo il Paese delle piccole imprese. È una debolezza strutturale?
Non necessariamente. Dobbiamo liberarci dall’idea che tutte le imprese debbano diventare grandi. La dimensione non è un obiettivo in sé: l’obiettivo è essere competitivi. L’Italia ha costruito una parte importante della propria forza industriale su distretti, filiere e competenze diffuse. Pensiamo all’automotive: dietro un’automobile ci sono decine, a volte centinaia di imprese che contribuiscono alla realizzazione del prodotto finale. Non tutte devono crescere fino a diventare grandi gruppi, ma tutte devono essere in grado di competere, innovare e lavorare insieme.
Quindi il problema non è essere piccoli, ma essere soli.
Esattamente. Quando un’impresa di dimensioni ridotte affronta da sola un mercato internazionale, incontra ostacoli enormi. Spesso mancano risorse, competenze e conoscenza del mercato. La risposta è costruire reti, creare ecosistemi produttivi e iniziative di sistema. Stare insieme permette di superare difficoltà che, individualmente, sarebbero insormontabili. È questa la logica delle reti d’impresa.
Lei New York l’ha conosciuta anche correndo la maratona. Che cosa le è rimasto di quell’esperienza?
È stata meravigliosa. Avevo appena concluso il mandato da presidente dei Giovani Imprenditori e mi ero ritrovato con un po’ di tempo libero. Alcuni amici mi convinsero a correre. Quello che mi colpì di più fu il pubblico americano. Non applaudiva soltanto i campioni, ma anche le persone comuni, quelle che facevano fatica e volevano semplicemente arrivare al traguardo. Sulla mia maglia c’era scritto «Fausto Bianchi, Italia» e le persone mi incoraggiavano. È stato emozionante.
C’è qualcosa dell’imprenditore in quel corridore che cerca di arrivare al traguardo?
Moltissimo. Un imprenditore affronta ogni giorno difficoltà che spesso non può condividere completamente con gli altri. Deve continuare a guidare i collaboratori, assumersi responsabilità e prendere decisioni. E deve andare avanti anche quando è stanco o il percorso diventa complicato. In fondo, è un po’ quello che succede durante una maratona.
Veniamo a una delle sfide più importanti. Nel 2025 soltanto il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di intelligenza artificiale. Tra le PMI la percentuale scendeva al 15,7%. Stiamo rischiando di perdere un’altra rivoluzione industriale?
Il rischio esiste ed è concreto. Per una piccola impresa adottare una tecnologia dirompente è molto più complicato che per una grande azienda. Servono investimenti, competenze e persone qualificate. E queste competenze non sono sempre disponibili sul mercato, oppure hanno costi molto elevati. Immaginiamo un’impresa con dieci, quindici o venti dipendenti: destinare una parte importante delle proprie risorse a una trasformazione tecnologica può significare sottrarle ad altre necessità immediate.
Però non investire potrebbe costare ancora di più.
È proprio questo il punto. Alcuni imprenditori mi dicono: «Io nella galleria della trasformazione tecnologica non entro se prima non vedo la luce in fondo». È una reazione comprensibile, ma rischiosa, perché mentre aspettiamo i nostri concorrenti si muovono. Le grandi imprese adottano nuove tecnologie, aumentano la produttività e cambiano i modelli organizzativi. Se le piccole imprese rimangono ferme, il divario cresce. Per questo serve un accompagnamento da parte del sistema Paese.
Che cosa dovrebbe fare concretamente il sistema Paese?
Aiutare le imprese ad affrontare investimenti che da sole avrebbero difficoltà a sostenere, favorire l’accesso alle competenze e promuovere strumenti condivisi. Non possiamo immaginare che ogni piccola impresa costruisca autonomamente tutta l’infrastruttura necessaria alla trasformazione digitale. Anche qui, la collaborazione può fare la differenza.
Torniamo agli Stati Uniti. Per molte imprese italiane l’America rappresenta il mercato dei sogni, ma anche uno dei più difficili da affrontare. Qual è l’errore più frequente?
Pensare di poter affrontare un mercato così vasto senza conoscerlo adeguatamente. Gli Stati Uniti sono un Paese enorme, con dinamiche molto diverse da quelle europee. Un’impresa può avere un prodotto eccellente, ma questo non significa sapere automaticamente come venderlo, a chi rivolgersi o come organizzare la propria presenza. Nella fase esplorativa è facile perdere l’orientamento.
New York potrebbe diventare una sorta di porta d’ingresso permanente per le PMI italiane?
Un punto d’appoggio stabile potrebbe certamente essere utile. Le imprese hanno bisogno di strumenti che le aiutino a comprendere il mercato, individuare interlocutori, incontrare potenziali clienti e presentare le proprie idee. Non basta arrivare negli Stati Uniti con un buon prodotto: bisogna costruire relazioni, conoscere il contesto e avere la possibilità di sviluppare una presenza nel tempo.
Lei ha guidato i Giovani Imprenditori e oggi rappresenta Piccola Industria a livello nazionale. Come cambia il modo di guardare all’economia quando si passa dalla propria azienda alla rappresentanza di migliaia di imprese?
Cambia soprattutto il senso di responsabilità. Quando sei un imprenditore ti occupi della tua azienda, dei tuoi collaboratori, dei tuoi obiettivi. Quando assumi un ruolo di rappresentanza devi provare a migliorare il contesto in cui operano tante altre imprese. Devi guardare oltre il tuo interesse individuale. È una responsabilità importante, perché dietro ogni impresa ci sono persone, famiglie e territori.
Il 13 e 14 novembre a Roma si terrà il Forum di Piccola Industria, dedicato alle «imprese che fanno crescere l’Italia». Che cosa vorrebbe far comprendere alla politica?
Che la piccola industria non è soltanto una categoria economica. È un patrimonio sociale: significa territori, distretti, filiere, famiglie. In molte aree del Paese le piccole imprese rappresentano un presidio fondamentale. Senza di loro non mancherebbero soltanto posti di lavoro, ma anche sviluppo, servizi e coesione sociale. Dobbiamo difendere questo patrimonio e creare le condizioni perché possa continuare a crescere.
Eppure, il dibattito politico sembra spesso concentrarsi sull’emergenza del momento.
È proprio ciò che vorremmo superare. Abbiamo bisogno di un confronto che vada oltre la singola legge di bilancio. Le imprese devono programmare investimenti, innovazione, formazione e passaggi generazionali. Sono processi che richiedono anni. Serve quindi una visione di medio e lungo periodo.
A proposito di futuro, parliamo dei giovani. In Italia raccontiamo spesso la fuga dei cervelli come una tragedia nazionale. Lei la vede allo stesso modo?
Io credo che sia giusto che i giovani vadano all’estero. Devono studiare, fare esperienze, conoscere altri Paesi e confrontarsi con culture diverse. Il problema non è che partano. Il problema nasce quando non trovano ragioni sufficienti per tornare. Dobbiamo costruire un Paese e un sistema produttivo capaci di offrire opportunità reali.
Molte aziende familiari italiane hanno difficoltà a convincere i figli a raccogliere il testimone. Dove sbaglia la generazione precedente?
A volte si parla ai giovani soprattutto di responsabilità, sacrifici e doveri. Ma non basta. Bisogna parlare anche di opportunità, di prospettive, della possibilità di realizzare le proprie ambizioni. Un giovane non può scegliere di entrare nell’impresa di famiglia soltanto perché sente di doverlo fare. Deve vedere un progetto nel quale riconoscersi.
E se quel giovane decide che non vuole continuare l’attività di famiglia?
Non possiamo costringerlo. Ma dobbiamo anche evitare che un patrimonio imprenditoriale venga disperso. Un’azienda non appartiene soltanto alla storia di una famiglia: dà lavoro, crea valore e contribuisce alla vita di un territorio. Esistono alternative. Si può pensare a un’aggregazione, all’ingresso di un investitore o a nuove forme di governance. L’importante è trovare una strada perché quell’impresa possa continuare a vivere.
Chiudiamo con un piccolo esperimento. Immagini di trovarsi in un ascensore a Manhattan con un grande investitore americano. Ha sessanta secondi per convincerlo a investire in una piccola impresa italiana. Che cosa gli dice?
Gli direi di guardare alla storia dell’Italia, alla nostra capacità di creare, innovare e realizzare prodotti riconosciuti in tutto il mondo. Ma soprattutto gli direi di guardare a quello che c’è dietro quei prodotti: competenze, filiere produttive, territori, una straordinaria capacità di adattamento. Investire in un’impresa italiana significa investire in tutto questo. La nostra sfida è dimostrare che, nonostante le complessità del sistema, sappiamo essere competitivi sui mercati internazionali.
È una risposta che riporta la conversazione al punto di partenza. Negli Stati Uniti la crescita dimensionale viene spesso considerata una misura del successo. Bianchi propone un’altra idea di competitività: non necessariamente diventare più grandi, ma imparare a essere più forti insieme.
Per l’Italia, che ha costruito buona parte della propria ricchezza su migliaia di imprese radicate nei territori, la distinzione conta. Soprattutto mentre l’intelligenza artificiale, la competizione globale e il ricambio generazionale cambiano le condizioni in cui queste imprese lavorano.
Torna così la metafora della maratona raccontata all’inizio dell’intervista. Non tutti devono arrivare primi, ma per arrivare al traguardo bisogna sapersi preparare a un percorso che cambia continuamente.
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