Mikael Pasini è nato e cresciuto a Castelvetrano, in Sicilia, e ha iniziato a studiare danza quando aveva quattro anni. A quattordici anni si è trasferito da solo a Roma per continuare la propria formazione e, qualche anno dopo, una borsa di studio gli ha permesso di raggiungere gli Stati Uniti. Oggi vive a New York, dove è primo ballerino della Peridance Contemporary Dance Company, fondata e diretta da Igal Perry. In questa intervista racconta il percorso che lo ha portato dalla Sicilia ai palcoscenici internazionali, le difficoltà dell’adattamento a New York, la competizione nel mondo della danza e il suo prossimo sogno: ispirare altri giovani artisti.
Mikael, partiamo dall’inizio. Quando hai cominciato a studiare danza e quale percorso ti ha portato dalla Sicilia a Roma?
Ho iniziato a studiare danza all’età di quattro anni. Ho seguito un percorso di studio preprofessionale fino ai quattordici anni, quando mi sono trasferito da solo a Roma per approfondire la mia formazione.
A Roma ho avuto l’opportunità di studiare con diversi insegnanti e artisti della danza, molti dei quali sono rinomati in Italia, come Garrison Rochelle e Kledi. Ho studiato anche con alcuni primi ballerini del Teatro dell’Opera di Roma e del Teatro alla Scala di Milano.
La mia formazione è stata quindi piuttosto varia. Ho iniziato con la danza classica, costruendo basi solide, e poi ho cominciato a esplorare anche la danza contemporanea e altri settori. Prima ho cercato di costruire una preparazione forte, poi ho iniziato ad aprirmi a linguaggi diversi.
Dopo Roma sei arrivato negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio. Come è nata questa opportunità?
Quando avevo diciotto anni ho partecipato a un workshop chiamato World Dance Movement. Eravamo tantissimi ballerini, più di mille, e il direttore artistico, Igal Perry, mi ha notato tra i partecipanti.
Alla fine del workshop mi ha chiesto se volessi venire negli Stati Uniti per studiare e mi ha offerto una borsa di studio completa. Quello è stato il primo passo per arrivare qui.
Quando ho partecipato al workshop non sapevo nemmeno che potesse esserci un’opportunità del genere. Per questo, quando mi è stata proposta, sono rimasto piuttosto sorpreso. Avevo appena finito la scuola e mi ero diplomato, quindi stavo cercando di stabilizzarmi in Italia e di costruire il mio percorso.
Avevo già preso casa, avevo contatti con diversi insegnanti e artisti e avevo iniziato a lavorare in alcuni programmi televisivi. Avevo partecipato a qualche puntata di Amici, avevo lavorato a House Party con Laura Pausini e avevo collaborato con Giuliano Peparini e Carla Fracci. In quel momento mi stavo, in qualche modo, stabilizzando in Italia.
Poi è arrivata questa chiamata. Ho pensato che forse fosse il momento giusto per cambiare e vivere un’esperienza diversa.
Accettare significava trasferirti dall’altra parte dell’oceano. È stato un atto di coraggio.
Io credo molto nel fatto che tutto succeda per una ragione e che ogni cosa possa portarti in un posto migliore. Quando ho ricevuto quella chiamata ho pensato che forse fosse un segnale e che dovessi accettare.
All’inizio non ero completamente convinto. Poi, però, mi sono detto che forse era arrivato il momento di partire e ho deciso di farlo.»
A quattordici anni ti eri già trasferito da solo a Roma. Quanto è stato importante il sostegno della tua famiglia?
I miei genitori mi hanno sempre sostenuto. Hanno sempre creduto nel mio sogno e mi hanno dato amore e forza. Però, ovviamente, vedere un bambino di quattordici anni lasciare casa in Sicilia per andare a Roma è stato difficile anche per loro.
Forse è stata la prima volta in cui ho visto mio padre piangere. Io studiavo al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II di Roma e, quando mi lasciò davanti all’ingresso del convitto, c’era un parco enorme prima dell’uscita. Ricordo di averlo visto girarsi e ho visto le prime lacrime scendergli dagli occhi.
Lasciare un bambino di quattordici anni è una cosa pesante. Io, come tutti i bambini, all’inizio pensavo che fosse bello stare da solo. Poi, però, quando tornavo nella mia stanza e non c’erano mia madre, mio padre o i miei fratelli a consolarmi, diventava difficile.
Allo stesso tempo, il loro sostegno e il loro amore, anche a distanza, sono stati ciò che mi ha spinto ad andare avanti e a continuare su questa strada.
I genitori di Mikael: il loro supporto è stato determinante
Qualche anno dopo sei partito per New York. Per i tuoi genitori è stata una separazione ancora più difficile?
Dopo il fatto di essere già andato via a quattordici anni, quando ho detto ai miei genitori che sarei partito per l’America, per loro è stato un momento in cui hanno capito che si trattava di una scelta ancora più forte e concreta. La distanza era maggiore e la decisione sembrava più definitiva.
Allo stesso tempo mi hanno detto di stare tranquillo, perché sapevano che era quello che volevo. Mi hanno detto che, se avessero dovuto prendere un aereo dalla Sicilia a Roma o un aereo dalla Sicilia a New York, alla fine non sarebbe cambiato molto. Era sempre un aereo.
Sono persone straordinarie e mi hanno sempre sostenuto. Per un artista questo è molto importante. Molti cantanti, ballerini e musicisti si trovano a dover spiegare alla propria famiglia che quella che vogliono intraprendere non è soltanto una passione o un hobby, ma può diventare un lavoro. Io ho avuto la fortuna di avere un sostegno costante.
Quando sei arrivato a New York, qual è stato il tuo primo impatto con la città?
Il primo mese è stato difficile. Quando devi ricominciare da zero ti trovi in una situazione completamente nuova. All’epoca parlavo inglese in modo molto scolastico e non riuscivo a esprimermi come faccio oggi.
Non avevo amici e avevo già vissuto una separazione importante quando, a quattordici anni, avevo lasciato la famiglia e tutti i miei amici. Ritrovarmi di nuovo in un posto in cui non conoscevo la lingua, non avevo un lavoro e non avevo persone vicine è stato abbastanza forte.
È stato come tornare al momento in cui mi ero trasferito per la prima volta, quindi non è stato semplice. Il primo mese l’ho vissuto con molta difficoltà. A volte volevo tornare indietro, perché non capivo niente e tutto mi sembrava complicato.
Anche confrontando i prezzi degli Stati Uniti con quelli italiani, mi sembrava che tutto fosse costosissimo e mi chiedevo come avrei fatto. Poi, piano piano, anche grazie ai miei coinquilini, che erano italiani, sono riuscito ad adattarmi. Mi hanno fatto sentire a casa.
Alla fine è stata soprattutto una difficoltà del primo mese. Dopo mi sono abituato e l’esperienza è diventata bella.
Come si svolge la giornata di un ballerino che vive e lavora a New York?
La mattina, dopo aver fatto le mie cose a casa e aver fatto colazione, esco e vado a danza. Di solito faccio la lezione di danza classica alle dieci. Poi iniziano le prove con la compagnia, dalle undici e mezza alle due e mezza.
Quando siamo in stagione, a volte possiamo avere anche prove nel pomeriggio. Dipende dal coreografo con cui lavoriamo e dagli spettacoli che dobbiamo preparare.
Dopo le prove solitamente insegno. Vado a lavorare con i bambini e i ragazzi con cui collaboro e cerco di trasmettere loro la passione e l’arte della danza.
Ogni giorno vado anche in palestra e cerco di mantenere il fisico il più possibile allenato. Faccio saune e massaggi e cerco di prendermi cura di me in ogni modo.
La danza è un punto d’incontro tra sport e arte: quanto è impegnativo mantenere il fisico pronto per gli spettacoli?
Quando sei in tournée devi avere sempre una resistenza altissima. Non puoi arrivare a metà dello spettacolo e pensare di non farcela più.
Soprattutto quando hai ruoli importanti, come nel mio caso, in cui sono primo ballerino della compagnia, gli spettacoli possono essere molto impegnativi. Il mese scorso, quando siamo andati in Israele, ho avuto spettacoli di un’ora e mezza durante i quali rimanevo in scena per un’ora e otto minuti.
Si potrebbe pensare che, con venti minuti di pausa, lo spettacolo sia più semplice, ma quei venti minuti sono divisi in intervalli molto brevi: due minuti, cinque minuti, e poi si torna in scena. Dal momento in cui inizi fino alla fine è quindi molto pesante.
Adesso sei uno dei primi ballerini della Peridance Contemporary Dance Company.
Sì, la Peridance Contemporary Dance Company è una compagnia con sede a Manhattan. Igal Perry ne è il direttore artistico e il fondatore ed è la stessa persona che mi ha dato l’opportunità di venire negli Stati Uniti.
Quando sono arrivato, dopo appena una settimana mi ha inserito nella compagnia e ho iniziato subito a lavorare e ad allenarmi con gli altri ballerini. Sono stato preso e messo immediatamente al lavoro, senza avere molto tempo per fermarmi.
È stata un’esperienza molto bella, perché in compagnia ho imparato tantissimo e sono cresciuto molto. Insegnare è stata una delle cose più belle, oltre a ballare e a collaborare con diversi coreografi.
Quando insegni ti senti ripagato di tutti gli sforzi che hai fatto. Trasmettere la tua passione ai bambini e ai ragazzi e vedere che quello che stai facendo arriva a loro è una sensazione molto forte.
Credits Ronen Rosenblatt
New York è una città estremamente competitiva. Quanto lo è il mondo della danza?
È un ambiente molto competitivo. Durante la stagione e nelle diverse collaborazioni con i coreografi affrontiamo sempre una sorta di audizione, perché ogni artista o coreografo che viene a lavorare con noi sceglie i ballerini con cui vuole collaborare.
Anche se siamo una compagnia composta da venti ragazzi, continuiamo a essere messi alla prova. Dobbiamo dimostrare chi è in grado di ottenere un determinato ruolo o una determinata parte.
Può capitare che ti dicano che sei uno dei ballerini principali della compagnia, ma quando arriva una persona nuova è come se dovessi sempre rimetterti in gioco e dimostrare di poter restare al massimo livello.
Il coreografo che non ti conosce può guardarti e pensare: mi piace questa persona, voglio lavorare con lei e voglio affidarle questo ruolo. Anche davanti al direttore artistico devi quindi riaffermare continuamente il tuo valore e le tue capacità.
Il direttore artistico sa quello che sai fare e conosce il tuo percorso, ma questo sistema serve anche a essere corretti e a evitare che qualcuno pensi che una persona abbia ottenuto un ruolo soltanto perché è la favorita.
Arrivi a una parte perché le persone vedono in te un livello di eccellenza che altri magari non hanno ancora raggiunto. È un modo per dimostrare ogni volta di meritare il ruolo che ti è stato affidato.
Qual è oggi la tua idea di sogno americano?
Penso di aver già realizzato il mio sogno americano, che era quello di arrivare dalla Sicilia fino a New York. Sono partito da un piccolo paese e sono riuscito ad arrivare qui continuando a sognare e a credere in me stesso.
A volte ho incontrato persone che mi dicevano che non sarei mai riuscito a fare certe cose o ad arrivare in determinati luoghi. Per me essere arrivato fin qui e aver realizzato quello che ho sempre desiderato è stato anche un modo per dimostrare a chi non ha mai creduto in me che ce l’ho fatta.
Ho realizzato il mio sogno americano arrivando a New York, ballando su grandi palcoscenici e riuscendo allo stesso tempo a entrare in contatto con persone diverse: bambini, adulti e artisti. Poter trasmettere qualcosa agli altri è una parte fondamentale di ciò che faccio.
Per un artista e per un ballerino, questo è già il sogno americano. Non è stato facile, ma sono sicuro che quel bambino siciliano, se oggi potesse guardare il futuro, sarebbe molto fiero del percorso che ho fatto e del modo in cui sono arrivato fino a qui.
Quali sono state le difficoltà più grandi che hai dovuto superare?
Non è stata una strada semplice. È stata una lotta continua: ho dovuto farmi spazio, correre, cadere e rialzarmi. Se credi davvero in te stesso e nelle tue possibilità, però, puoi farcela.
Se guardo indietro e penso al percorso dalla Sicilia a New York, mi rendo conto che non sarei arrivato qui senza superare anche molti ostacoli burocratici ed economici. Per venire negli Stati Uniti e vivere qui devi avere determinati requisiti e anche la possibilità economica di affrontare il trasferimento.
Per questo, quando guardo indietro, penso di avercela fatta. Posso dire di essere fiero di me stesso. Non l’avevo mai detto prima, ma oggi posso dirlo.
Sono riuscito, attraverso la danza, a dimostrare che con l’amore per l’arte e con la passione si può trasformare una professione in uno stile di vita e in qualcosa che ti rende davvero felice.
Oggi è difficile trovare qualcosa che ci renda felici. Spesso ci sentiamo vuoti e continuiamo a cercare qualcosa che ci dia quella sensazione. Se però coltivi davvero un sogno e riesci a vivere e lavorare grazie a quel sogno, penso che nella vita tu abbia già trovato qualcosa di molto importante.
Qual è il tuo prossimo sogno?
Il mio prossimo sogno è già qualcosa su cui sto lavorando: ispirare le persone e far conoscere la mia passione, che è l’arte della danza, condividendo la mia storia con il maggior numero possibile di persone.
È quello che sto facendo con i bambini a cui insegno e con gli artisti e gli attori con cui collaboro nei workshop durante l’estate. Voglio trasmettere loro la passione, la grinta e la tenacia necessarie per dire: devi farcela, devi continuare a spingere.
Vorrei raggiungere più persone possibili e fare in modo che anche loro possano sentirsi motivate ad andare avanti, a continuare a lottare e a credere nei propri sogni.
Nel mondo in cui viviamo non è sempre facile credere nei propri obiettivi. Ci sono persone che cercano di tarparci le ali e, quando succede, è difficile trovare la forza e la determinazione per continuare.
Per questo voglio condividere quello che ho imparato e aiutare gli altri a credere che sia ancora possibile andare avanti.
L’articolo Mikael Pasini: «Il mio sogno americano è iniziato in un piccolo paese della Sicilia» proviene da IlNewyorkese.



