La New York Public Library ha annunciato l’acquisizione dell’archivio personale e professionale di Gay Talese, giornalista e scrittore statunitense considerato una delle figure centrali del New Journalism. Il materiale sarà reso accessibile al pubblico nel 2029, dopo il lavoro di ordinamento, catalogazione e conservazione. L’acquisizione è importante perché permetterà di studiare non solo i testi pubblicati da Talese, ma anche il processo con cui sono stati costruiti: appunti, bozze, correzioni, fotografie, corrispondenze, file di ricerca e materiali preparatori raccolti in decenni di lavoro.
Talese, che ha 94 anni, è nato a Ocean City, nel New Jersey, il 7 febbraio 1932. È figlio di Joseph Talese, sarto emigrato da Maida, in provincia di Catanzaro, e di Catherine De Paolo, nata a Brooklyn. La sua formazione professionale avvenne dentro il giornalismo quotidiano: dal 1956 al 1965 lavorò al “New York Times”, dove imparò le regole della cronaca, della verifica e della scrittura giornalistica. In seguito collaborò con alcune delle principali riviste americane, tra cui “Esquire”, “The New Yorker” e “Harper’s Magazine”, dove poté lavorare e specializzarsi nel reportage grazie allo spazio e al tempo che queste testate concedevano agli autori.
Il New Journalism, a cui il nome di Talese è spesso associato, fu una corrente del giornalismo americano nata negli anni Sessanta. Era un modo diverso di fare giornalismo, meno cronachistico e più orientato alla narrativa: della narrativa, quella dei romanzi s’intende, prendeva il modo di scrivere e gli autori di quella stagione costruivano scene, ricostruivano dialoghi, seguivano i personaggi nel tempo e prestavano attenzione ai dettagli materiali dei luoghi e dei comportamenti. La differenza rispetto alla cronaca tradizionale non stava nell’abbandono della precisione, ma nell’idea che un fatto potesse essere spiegato meglio ed essere reso più interessante se inserito dentro un contesto più ampio e osservato da vicino. Creare delle storie che diano la notizia, insomma.
Talese sviluppò una forma di reportage molto legata all’osservazione e alla preparazione. Il suo metodo non dipendeva solo dall’intervista diretta, ma dalla raccolta di informazioni laterali: conversazioni con persone vicine al soggetto, sopralluoghi, documenti, descrizioni degli ambienti, studio delle abitudini e delle relazioni sociali. Il caso più noto è “Frank Sinatra Has a Cold”, pubblicato da “Esquire” nel 1966. Talese non ottenne una vera intervista con Sinatra, ma costruì comunque un profilo molto dettagliato osservando il mondo che gli stava attorno: collaboratori, amici, locali, atteggiamenti, reazioni. Il pezzo è diventato un riferimento perché mostrò che un personaggio pubblico poteva essere raccontato anche attraverso il sistema di persone, ruoli e dipendenze che lo circondava.
L’archivio acquisito dalla New York Public Library comprende manoscritti, dattiloscritti, migliaia di file di ricerca, fotografie, appunti di lavoro e di viaggio, calendari personali e corrispondenza privata. Tra le lettere ci sono scambi con autori e giornalisti come Kurt Vonnegut, Tom Wolfe, Nora Ephron e Philip Roth. Questo rende il fondo utile anche per ricostruire l’ambiente culturale in cui Talese lavorò: quello delle grandi riviste americane, dell’editoria letteraria e del giornalismo di lunga forma, in un periodo in cui questi mondi erano molto più vicini di oggi.
L’interesse dell’archivio sta anche nella possibilità di verificare concretamente come Talese organizzava il proprio lavoro. Le carte di un giornalista non servono solo a conservare versioni preliminari dei testi, ma permettono di capire quali informazioni siano state raccolte, quali siano state escluse, come siano state ordinate e in che modo siano diventate articolo o libro. Per chi studia il giornalismo, questo passaggio è spesso più importante del testo finale, perché mostra la distanza tra il materiale grezzo e la forma pubblicata. Nel caso di Talese, questa distanza è particolarmente rilevante, perché gran parte della sua reputazione dipende proprio dalla costruzione molto controllata dei suoi reportage.
L’acquisizione ha anche un significato più ampio per la storia della cultura italoamericana. Talese è un autore pienamente americano, formato nel sistema dei giornali e delle riviste degli Stati Uniti, ma la sua biografia familiare rimanda all’emigrazione italiana del Novecento e alla mobilità sociale delle seconde generazioni. Il legame con Maida, paese d’origine del padre, non spiega da solo la sua opera e non va trasformato in una chiave interpretativa forzata. Serve però a collocare Talese dentro una storia più larga: quella di molti figli di immigrati che, attraverso l’istruzione, il lavoro culturale e il giornalismo, entrarono nei luoghi in cui l’America raccontava se stessa. L’archivio della New York Public Library conserva quindi la documentazione di una carriera individuale, ma anche una parte della storia del giornalismo americano e della presenza italiana negli Stati Uniti.
L’articolo L’italoamericano che cambiò il giornalismo statunitense e il suo archivio presto pubblico proviene da IlNewyorkese.



