Arianna Bergamaschi, nota come Arianna, è cantante, attrice e performer italiana, avviata al successo fin da giovanissima come voce ufficiale italiana Disney e interprete di numerosi progetti musicali e televisivi. Negli anni ha sviluppato una carriera internazionale collaborando con artisti come Pitbull, Shaggy, Flo Rida, Giorgio Moroder. Parallelamente al percorso discografico e teatrale, si è esibita in eventi di rilievo mondiale, dal Vaticano a produzioni internazionali e tournée nordamericane.
Sei cresciuta in una famiglia molto legata al mondo dello spettacolo: quanto questo ha influenzato il tuo desiderio di lavorare in televisione e quanto, invece, hai sentito il bisogno di costruire un percorso autonomo?
«L’influenza della mia famiglia c’è stata sicuramente, soprattutto da parte di mia madre. La mia è una famiglia piena di musicisti. Però il desiderio di essere autonoma è arrivato quasi subito. All’inizio, forse proprio per paura del confronto, non ero neanche così convinta di voler fare la cantante: pensavo piuttosto alla danza. Poi, grazie all’esperienza con Disney, ho capito che la musica poteva essere davvero il mio percorso e non qualcosa di temporaneo. Riuscire a costruire una mia identità ha richiesto tempo. Ancora oggi ascolto molto i consigli di mia madre, soprattutto sull’interpretazione».
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Guardando ai tuoi esordi, qual è stata la prima volta in cui hai pensato: Ok, questo non è più un gioco, è davvero il mio lavoro?
«In realtà molto presto. Ho iniziato a lavorare praticamente da neonata: facevo pubblicità già a sette mesi. Forse la vera consapevolezza è arrivata più tardi, intorno ai vent’anni, quando ho iniziato finalmente a gestire i miei soldi in autonomia. Lì ho provato una grande euforia: pensi di essere indipendente, poi però arrivano affitti, spese e responsabilità».
Hai iniziato molto giovane nel mondo dello spettacolo. Ti è mai pesato?
«Ci sono stati momenti in cui magari vedevo i miei amici giocare fuori mentre io dovevo studiare una canzone o prepararmi, ma la voglia di stare sul palco è sempre stata più forte di tutto. Ricordo che a tre anni scappai letteralmente dalle braccia di mia madre per correre sul palco. Era qualcosa di totalmente istintivo, quasi incontrollabile. Per questo credo che la gioia abbia sempre superato eventuali rinunce».
Hai iniziato molto giovane in televisione. C’è qualcosa di quel mondo che ti sorprende ancora oggi?
«La televisione ha tempi molto diversi rispetto al teatro. Mi sorprende ancora quanto poco tempo venga dato per preparare un’esibizione: devi arrivare già pronta, perché le prove sono pochissime e tutto accade molto velocemente. La televisione mastica e restituisce contenuti a una velocità impressionante. È un mezzo molto impegnativo proprio per questo».
Cosa pensi dell’evoluzione dell’intrattenimento tra streaming, nuove piattaforme e social?
«Le piattaforme mi piacciono molto. I social, invece, hanno aspetti positivi e negativi. Da una parte danno accesso immediato a tantissime informazioni e permettono ai talenti di emergere più velocemente, senza percorsi lunghissimi. Dall’altra, però, danno spesso l’illusione che basti avere visibilità per essere artisti. È qui che nasce il rischio: pensare che i follower sostituiscano lo studio. In realtà una carriera richiede lavoro costante».
Oggi ti senti più attrice, cantante o performer? Oppure queste categorie ti sembrano superflue?
«Performer è la definizione che mi rappresenta meglio, perché racchiude tutto. Non mi interessa limitarmi a una sola etichetta. Ciò che preferisco è interpretare. Che questo passi attraverso canto, danza o recitazione cambia poco: quello che conta è comunicare qualcosa ed emozionare chi guarda».
C’è un personaggio che ti ha lasciato qualcosa addosso anche fuori dal set o dal palco?
«Sicuramente Bernardina in Masaniello. Per interpretare una napoletana da milanese ho studiato sei mesi. Dovevo fare la pescivendola napoletana in una compagnia di quaranta persone, quasi tutte di Napoli: quando seppero che la protagonista era milanese, molti erano scettici. Questo mi ha spinta a immergermi completamente nella cultura napoletana, che già amavo profondamente. È stata un’esperienza intensissima anche a livello personale: in quel periodo mio padre stava molto male e io vivevo continuamente tra Napoli e Milano. Recitare quel ruolo è stata una vera catarsi. Mi ha aiutato a elaborare un dolore enorme».
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Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per trasferirti negli Stati Uniti?
«All’inizio doveva essere solo una casa per il futuro poi è arrivato il Covid e ha cambiato completamente i piani. Mio marito ha capito che potevamo vivere ovunque e ha proposto di trasferirci in una città di mare, anche per nostro figlio che soffriva di asma. Per me è stato uno shock, perché tutta la mia vita e la mia carriera erano in Italia. È stata una scelta di famiglia, ma all’inizio l’ho vissuta come una forzatura. Col tempo, però, ho capito che questa esperienza mi stava facendo crescere. Mi ha costretta a reinventarmi e a creare qualcosa che mi mantenesse legata alla mia cultura. Da qui è nato Italiani Veri».
Quanto ha inciso questo trasferimento sulla nascita dello spettacolo?
«Moltissimo. Ogni mattina mi mettevo a lavorare sullo spettacolo, Italiani Veri, che è pensato per un pubblico americano. Per questo motivo ho dovuto osservare il mio Paese quasi con uno sguardo esterno. Molte cose che per noi italiani sono scontate, per un pubblico internazionale non lo sono affatto. È stato un esercizio molto interessante e una grande sfida artistica».
A cosa stai lavorando in questo momento?
«Sto lavorando proprio a Italiani Veri – The Show. La prima data è stata il 2 ottobre a Toronto, all’interno di un tour sostenuto dal Ministero degli Esteri e dagli Istituti Italiani di Cultura, che hanno riconosciuto al progetto un valore culturale. Dopo Toronto ci sono state Chicago, Los Angeles e Miami. Successivamente è iniziata una collaborazione con Fever, grazie alla quale sono nate nuove date come Boston, Atlanta e San Francisco. A San Francisco abbiamo registrato subito il sold out della prima data e programmato una seconda replica. Infine, tra le novità c’è anche la recente uscita della cover della celebre canzone That’s Amore».
Che effetto ti fa questo riscontro negli Stati Uniti?
«È una sorpresa bellissima. Non essendo il mio Paese, non dai mai per scontato che qualcuno compri un biglietto per vedere un tuo one woman show di un’ora e mezza. Avevo molta paura, anche perché qui il livello dell’intrattenimento è altissimo. Ma sto ricevendo feedback molto positivi e mi sento davvero apprezzata».
Se potessi definire questa fase della tua vita con una sola parola, quale sarebbe?
«Entusiasmante. Mi sento in un momento particolarmente florido, sia come artista sia come persona».
L’articolo Arianna Bergamaschi: «Trasferirmi negli USA mi ha costretta a reinventarmi» proviene da IlNewyorkese.



