«L’obesità deve essere considerata una malattia a tutti gli effetti». È da questo punto che, secondo Pasquale Mugione, dovrebbe partire qualsiasi discussione seria sul tema. Medico chirurgo dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove si occupa di chirurgia laparoscopica addominale e, da molti anni, di chirurgia dell’obesità, il dott. Mugione è intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti. A New York parteciperà alle iniziative di Campus Salute 2026 insieme alla professoressa Annamaria Colao e ad altri professionisti che hanno aderito all’iniziativa, con l’obiettivo di parlare soprattutto di prevenzione, corretti stili di vita e obesità, anche tra bambini e adolescenti.
Quello dell’obesità è un problema particolarmente evidente negli Stati Uniti e riguarda anche le famiglie italiane che vi si trasferiscono. «Le nostre relazioni si rivolgeranno principalmente agli italiani che vivono lì e che, trasferendosi, possono assorbire alcune cattive abitudini alimentari diffuse nel contesto in cui vivono», ha spiegato il dott. Mugione. Abitudini che possono coinvolgere l’intero nucleo familiare e soprattutto i più giovani: «Negli Stati Uniti, tra i giovani fino ai 19 anni, l’obesità riguarda circa il 21 per cento della popolazione: è un dato molto importante e allarmante. Una parte di questi ragazzi presenta forme di obesità grave. Se guardiamo in particolare alla fascia tra i 12 e i 19 anni, parliamo sostanzialmente di un ragazzo su cinque con problemi di obesità».
Secondo Pasquale Mugione, la diffusione della malattia non può essere spiegata attraverso un unico fattore. La predisposizione genetica conta, ma conta molto anche l’ambiente nel quale si cresce e si vive: «Noi italiani ci portiamo dietro un patrimonio importante, quello della nostra cultura alimentare: storicamente non siamo una popolazione caratterizzata da livelli così elevati di obesità. Lo siamo diventati progressivamente». E proprio questo cambiamento mostra il peso assunto negli ultimi decenni dalle abitudini quotidiane: «Esistono certamente fattori genetici, ma i fattori ambientali hanno contribuito in maniera molto significativa all’aumento di questa patologia anche in Italia».
La chirurgia bariatrica è una delle possibilità di trattamento per i pazienti affetti da obesità, soprattutto nei casi più gravi o quando sono presenti altre patologie: «Negli adulti parliamo di obesità quando abbiamo un indice di massa corporea, il cosiddetto BMI, superiore a 30. Esistono diversi gradi di obesità: primo, secondo e terzo grado. Dai 40 di BMI in su siamo davanti a condizioni che trovano una maggiore indicazione chirurgica». Il BMI non è l’unico parametro da considerare: «Anche in presenza di un’obesità di primo o secondo grado possono esserci comorbidità associate, come diabete, ipertensione arteriosa, artrosi in più distretti e altre patologie. Sono tutti fattori che possono rafforzare l’indicazione a un trattamento chirurgico».
Il punto sul quale il dott. Mugione insiste di più, tuttavia, viene prima delle terapie. È il modo in cui la società guarda alle persone con obesità: «Purtroppo c’è ancora molta ignoranza su questo tema e una parte della società continua a considerare l’obesità quasi come un vezzo, qualcosa che possa essere risolto semplicemente mangiando un po’ meno o facendo una dieta. Purtroppo non è così». Da questa convinzione, secondo il chirurgo, nascono comportamenti che possono avere conseguenze pesanti sulla vita delle persone: «Da questo equivoco nascono poi lo stigma, il bullismo e la ghettizzazione sociale delle persone affette da obesità».
Il dott. Pasquale Mugione mette a confronto l’atteggiamento verso l’obesità con quello riservato ad altre malattie: «Non mi sembra che un paziente cardiopatico, diabetico o neurologico venga deriso perché deve sottoporsi a un intervento chirurgico o seguire una terapia. Un paziente affetto da obesità che decide di ricorrere a un trattamento chirurgico o farmacologico, invece, viene ancora percepito dall’immaginario collettivo come qualcuno che vuole risolvere facilmente il proprio problema». Per questo, sottolinea, «la prima missione deve essere questa: far capire che l’obesità è una malattia a tutti gli effetti». Una battaglia che considera anche personale: «Io sto portando avanti una battaglia molto forte contro chi continua a creare stigma nei confronti delle persone affette da obesità. Non è più accettabile ricorrere a certi appellativi o trattare queste persone in quel modo».
Le conseguenze dello stigma diventano ancora più gravi quando riguardano bambini e adolescenti: «Tra gli adolescenti viviamo situazioni drammatiche, e di questo parlerò anche a New York. Ci sono ragazzi che finiscono in terapia perché vengono bullizzati dai compagni». Il problema, secondo il dott. Mugione, nasce anche dentro le famiglie e dal modo in cui viene interpretata l’obesità: «Probabilmente perché anche nelle famiglie di quei compagni l’obesità continua a non essere considerata una malattia, ma semplicemente il risultato della voglia di mangiare». Non serve, aggiunge, sostituire lo stigma con il pietismo: «Io non voglio neppure un atteggiamento misericordioso nei confronti di chi è malato, perché considero sbagliata anche quella forma di pietismo. Serve comprensione. Un bambino o un adolescente affetto da obesità deve essere compreso e ancora più incluso nella comunità scolastica e familiare».
È proprio nella famiglia che dovrebbe iniziare la prevenzione. Uno dei problemi, secondo Pasquale Mugione, è che ancora oggi molti genitori faticano a riconoscere una condizione di sovrappeso o obesità nei propri figli: «Veniamo da una cultura del dopoguerra, dopo anni di carenze alimentari, nella quale vedere un bambino paffutello significava pensare che fosse un bambino in salute. Non è più così». Il vecchio criterio secondo cui un bambino in carne sarebbe automaticamente un bambino sano deve essere, dunque, superato: «La prevenzione deve cominciare all’interno della famiglia. Il problema è che molto spesso genitori obesi hanno figli obesi. È più raro trovare un bambino affetto da obesità con entrambi i genitori normopeso».
A incidere sono anche le condizioni economiche e la maggiore disponibilità di prodotti molto calorici e poco nutrienti: «Anche le difficoltà economiche della società possono portarci a mangiare meno bene. Molto spesso significa ricorrere al cosiddetto cibo spazzatura. Con pochi euro un ragazzo può comprare alimenti molto calorici e di scarso valore nutrizionale». Il dott. Mugione cita anche la diffusione dei cibi processati e delle bevande zuccherate: «Quando eravamo piccoli, Coca-Cola e Fanta si bevevano quasi esclusivamente alle feste di compleanno o in alcune occasioni particolari. Oggi bevande di questo tipo sono stabilmente presenti nei frigoriferi di moltissime famiglie». Il problema non è il consumo occasionale, ma la trasformazione di questi prodotti in una presenza abituale nella dieta.
Negli ultimi anni, intanto, alle possibilità offerte dalla chirurgia si sono aggiunte nuove terapie farmacologiche. Pasquale Mugione parla di un approccio «complementare e multidisciplinare», nel quale farmaci e intervento chirurgico non devono necessariamente essere considerati alternative: «La terapia farmacologica dell’obesità può diventare una terapia che permette al paziente di arrivare al tavolo operatorio con un BMI più basso e, di conseguenza, di ridurre alcuni dei rischi legati all’intervento chirurgico». Tra i farmaci oggi disponibili cita la tirzepatide: «Stanno ottenendo risultati significativi e stanno permettendo di affrontare un problema molto complesso come l’obesità grave».
La grande attenzione pubblica intorno a questi farmaci, spesso associati all’utilizzo da parte di personaggi famosi per perdere peso, rischia però di confondere il loro impiego terapeutico con gli abusi: «Sentiamo parlare delle star di Hollywood che assumono questi farmaci soltanto per dimagrire, ma secondo me queste deviazioni non devono cambiare il nostro giudizio sul valore della terapia». Lo stesso ragionamento, secondo il dott. Mugione, vale per il mercato illegale dei medicinali acquistati online: «Quello è un altro mondo, fatto anche di mercati illegali. Non può diventare il parametro con cui giudichiamo una terapia medica».
Resta infine la questione della sostenibilità economica per il sistema sanitario: «Il problema vero è che in Italia l’impatto dell’obesità sul Servizio sanitario nazionale deve ancora manifestarsi completamente. Una popolazione così numerosa di pazienti affetti da obesità e dalle patologie ad essa correlate potrà comportare in futuro costi enormi». Per questo Pasquale Mugione ritiene che anche l’eventuale gratuità dei nuovi farmaci debba essere valutata sulla base delle condizioni cliniche: «Bisognerà individuare determinate categorie di pazienti, per esempio persone con gravi patologie cardiache o con specifiche condizioni cliniche, per le quali la gratuità può avere una reale giustificazione sanitaria».
Il messaggio che il dott. Mugione porterà a New York, però, rimane soprattutto quello contro lo stigma: «Non si sceglie di essere obesi. Esistono predisposizioni genetiche e incidono in maniera determinante anche i fattori ambientali e familiari». Da qui una posizione che il chirurgo rivendica senza attenuazioni: «Bisogna prendere nettamente le distanze da chi continua a fare stigma. Su questo sono molto netto: non ammetto deroghe. Non possiamo continuare a trattare una persona affetta da obesità come se la sua malattia fosse semplicemente il risultato di una scelta».
L’articolo Pasquale Mugione: «L’obesità è una malattia, non una scelta» proviene da IlNewyorkese.



