Per il ministro Locatelli, l’Italia è un punto di riferimento internazionale sull’inclusione

Alessandra Locatelli, Ministro per le Disabilità, ha visitato il 9 settembre La Scuola d’Italia Guglielmo Marconi di New York, incontrando studenti, corpo docente e rappresentanti delle istituzioni italiane in città. Nel corso della mattinata ha visitato alcune classi della scuola, firmato il guest book e partecipato a un breve confronto con la stampa, prima di un briefing istituzionale con la dirigenza scolastica e i rappresentanti italiani presenti. L’abbiamo incontrata in questa occasione.

Ministro, lei si sta battendo da tempo per l’inclusività: crede che l’Italia sia davvero un modello di inclusione a livello internazionale? Ci dia il suo punto di vista su un tema che interessa sicuramente i nostri lettori.

Assolutamente sì. Sono convinta che l’Italia sia un punto di riferimento a livello internazionale sull’inclusione. L’ho detto anche prima ai ragazzi, anche per incoraggiarli a non studiare solo la lingua italiana ma proprio il nostro stile, il nostro approccio alle persone. E infatti, quando ho incontri bilaterali sia in Europa che nel resto del mondo, i miei omologhi mi chiedono spesso informazioni relative ai nostri provvedimenti. In particolare, l’interesse sull’inclusione scolastica è altissimo perché i nostri bambini vanno a scuola insieme dagli anni Settanta. Sono pochissimi i paesi in Europa e nel mondo che hanno avuto lo stesso percorso. Questo è un vantaggio, e tutti vorrebbero capire come fare.

Cosa rappresenta per lei il legame tra Italia e Stati Uniti, in particolare a New York City? Perché ritiene che questa sia una città importante, e per quale motivo pensa sia giusto parlare di queste tematiche proprio in una città come New York?

Intanto, New York è una metropoli dalla quale transitano esperti e professionisti in tutti i settori, della ricerca, sociale e in quello medico, che danno una spinta importante e di progresso alle nostre politiche e alle nostre attività. Ritengo fondamentale uno scambio come quello che ci sarà in questi giorni sull’autismo, ma anche su tutti gli altri temi di interesse.

Sul tema delle classi separate proposte in altri paesi europei per gli studenti con disabilità, lei ha detto che è un approccio che non le piace, ribadendo il valore del modello italiano nato negli anni Settanta. Quanto è importante, secondo lei, che l’Italia continui a fare da punto di riferimento su questi temi anche quando in Europa emergono visioni diverse?

L’Italia ha questa politica da tantissimi anni, dagli anni Settanta, dicevo prima, ed è destinata sempre a migliorarsi da questo punto di vista. Perché negli anni noi abbiamo mantenuto, oltre al tema dell’inclusione scolastica, anche un’attenzione particolare sul sostegno, sull’educativa, sul supporto ai bambini con disabilità, con bisogni speciali in tutte le fasi scolastiche. E stiamo cercando di fare ancora di più perché è cambiato il mondo. Sono cambiate le persone, sono cambiati i bisogni. Quindi noi siamo proiettati in questa direzione, e non ci fermeremo.

Durante la visita di oggi ha parlato dell’importanza di guardare alle potenzialità delle persone più che ai loro limiti, e ha sottolineato quanto contino le reti familiari e territoriali di supporto, non solo le istituzioni. Come si può raccontare, anche a un pubblico americano, questo modello italiano fondato sulla comunità e non solo sull’intervento pubblico?

Più andiamo avanti, più le persone rischiano di rimanere sole. Sole perché sono anziane, sole perché non hanno più legami familiari, sole per tante altre ragioni. Quindi noi abbiamo bisogno di creare dei rapporti sempre più umani intorno alle famiglie e al territorio, in modo che non ci siano più individui indifferenti l’uno verso l’altro, ma che ci sia una sensazione almeno di familiarità nel contesto in cui si abita, che si frequenta. Questo è qualcosa che a noi in Italia viene spontaneo, anche se è difficile, perché di questi tempi, con l’utilizzo sempre più frequente dei social, con una vita che diventa quasi più virtuale che reale, si rischia di non riuscirci. Noi siamo nati con questa visione, propensione, e si nota davvero che c’è un’accoglienza, un modo di dialogare con gli altri che è caratteristico dell’Italia. Credo che questo sarebbe importante anche in tanti altri contesti, come in una grande città come New York, dove penso che tante persone si possano sentire sempre più sole.

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