Negli ultimi anni la Sicilia è diventata uno dei territori italiani in cui gli effetti del cambiamento climatico si vedono e impattano sul territorio in maniera più netta. Non perché ogni singolo evento estremo possa essere spiegato solo con il clima che cambia, ma perché siccità, mareggiate, alluvioni e frane stanno colpendo insistentemente un’isola già fragile, dove le infrastrutture idriche sono vecchie, molte coste sono esposte e una parte rilevante del territorio convive da tempo con il dissesto idrogeologico.
Il caso più evidente è la siccità e nel 2024 l’isola ha vissuto una delle crisi idriche più gravi degli ultimi decenni. In molti comuni sono stati introdotti razionamenti, i bacini si sono svuotati e nelle campagne la mancanza d’acqua ha colpito colture e allevamenti. In alcune zone non c’entrava solo la mancanza di pioggia: le temperature più alte hanno aumentato l’evaporazione e reso più grave la scarsità idrica, mentre le perdite della rete hanno trasformato una crisi climatica in una crisi anche infrastrutturale. In Sicilia, secondo i dati Istat riferiti al 2022, oltre metà dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione andava dispersa prima di arrivare agli utenti.
Per molti siciliani la crisi è diventata una nuova routine. Cisterne, autobotti, turni di erogazione e restrizioni sull’uso dell’acqua sono diventati parte della vita quotidiana in diversi comuni. Anche il lago di Pergusa, l’unico lago naturale dell’isola, nel 2024 si è quasi prosciugato, diventando un simbolo della siccità.
Il Lago di Pergusa nel 2024 | via Ansa
Nel 2024 il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per la siccità, mentre la Regione ha ricevuto una prima tranche di fondi per un piano idrico più ampio, pensato per sostituire condotte, intervenire sulle dighe e rendere meno vulnerabile il sistema. Le opposizioni hanno accusato il governo nazionale di non avere una strategia adeguata e di continuare a discutere di grandi opere mentre in Sicilia si razionava l’acqua. Al netto dello scontro politico, il punto è che senza manutenzione, pianificazione e investimenti continui, ogni evento climatico estremo arriva su strutture che partono già in svantaggio.
A gennaio del 2026 il problema si è presentato in forma opposta: troppa acqua in poco tempo, insieme al vento e alle mareggiate portate dal ciclone Harry. In Sicilia i danni sono stati stimati in oltre un miliardo di euro, tra infrastrutture, strade, porti, attività economiche, agricoltura e pesca. Lungo la costa ionica, onde molto alte hanno colpito lungomari, stabilimenti, abitazioni e tratti ferroviari. Anche qui, oltre alle carenze strutturali, diventa evidente che si tratta di un territorio costruito e mantenuto per operare in un clima diverso da quello che sta affrontando ora.
Alcuni dei danni subiti dal passaggio del ciclone Harry | via italianostra.org
E poi è arrivata Niscemi. Comune italiano di quasi 25mila abitanti, fa parte del libero consorzio comunale di Caltanisetta (è l’equivalente della provincia italiana, ma in Sicilia, che è una delle cinque regioni italiane a statuto speciale), la frana di Niscemi ha aggiunto, all’inizio di quest’anno, un’altra immagine alla stessa storia. Dopo giorni di maltempo, una parte del versante su cui sorge il paese ha ceduto, lasciando case e strade sull’orlo di un nuovo fronte di frana. Più di 1.500 persone sono state evacuate e la Protezione Civile ha parlato di abitazioni non più utilizzabili, con la necessità di trovare soluzioni abitative stabili per alcune famiglie. In casi come questo il cambiamento climatico non cancella le cause locali, come la natura dei terreni o le scelte urbanistiche del passato. Le rende però più difficili da ignorare, perché piogge più intense possono trasformare fragilità note in emergenze immediate.
Dettaglio della frana di Niscemi | via Shutterstock
C’è chi prova a dare una risposta a tutto ciò. L’Università di Catania, in collaborazione con il Massachusetts Institute of Technology di Boston e con la partecipazione della Sapienza Università di Roma, ha lanciato la Summer School internazionale “Climate Resilient Solutions for Sicily”. Il corso si svolge tra Ortigia e Catania e coinvolge 24 studenti provenienti da Stati Uniti e Italia. L’obiettivo è lavorare sui problemi che abbiamo evidenziato più sopra: gestione dell’acqua, protezione delle coste, dissesto idrogeologico, infrastrutture vulnerabili, agricoltura esposta a siccità e fenomeni estremi.
Il programma prevede 90 ore di formazione tra lezioni, laboratori, workshop e attività sul campo. Gli studenti dovranno analizzare casi reali e proporre soluzioni progettuali per ridurre i rischi e migliorare l’adattamento del territorio. Certo, non è da una scuola estiva che si può pensare di risolvere problemi accumulati per decenni. Ma indica una direzione: la Sicilia non come esempio di fragilità mediterranea, come laboratorio in cui mettere insieme ricerca, ingegneria, amministrazione del territorio e decisioni politiche. E poi si dovrà capire quali idee resteranno nella presentazione finale e quali potranno davvero entrare nella manutenzione, nei piani urbanistici e nelle scelte quotidiane di chi governa l’isola.
L’articolo Il Massachusetts Institute of Technology in campo per salvare la Sicilia proviene da IlNewyorkese.



