Francesca Rapisardi è intervenuta ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti di Claudio Brachino, raccontando un percorso personale e professionale che attraversa continenti, culture e modelli di business.
Il suo profilo emerge subito come quello di una manager globale, capace di muoversi con naturalezza tra esperienze diverse e di trasformarle in visione imprenditoriale. «Ho 37 anni, sono nata a Milano e a 17 anni mi sono trasferita a Vancouver, in Canada, dove ho frequentato un anno di high school», racconta, ripercorrendo il suo percorso iniziato molto presto fuori dall’Italia.
Un percorso fatto di tappe che hanno contribuito a costruire una mentalità internazionale. «Sono rientrata in Italia per completare gli studi e successivamente sono partita per un anno di backpacking in Australia, con tre mesi in Nuova Zelanda e altri tre in Cina», spiega, sottolineando come il viaggio sia stato una componente formativa decisiva.
Anche durante gli anni universitari, quando ha studiato Lingue e Letterature Straniere a Milano, Rapisardi ha mantenuto un ponte attivo con l’estero, in particolar modo con l’Irlanda: «Ogni estate lavoravo a Dublino alla Guinness Storehouse. Dopo quattro anni avanti e indietro, finita l’università, mi sono trasferita definitivamente in Irlanda».
È proprio in Irlanda che prende forma il suo ingresso nel mondo del retail e dello shopfitting, un ambito allora completamente nuovo. «Ho imparato tutto ciò che riguarda l’arredo dei negozi e l’esperienza in-store». Poi l’incontro che segna una svolta: «Ho conosciuto l’azienda prima che diventasse Pardgroup, quando era ancora una piccola agenzia. In quel periodo era un fornitore della società irlandese per cui lavoravo. Nel 2015, abbiamo deciso di intraprendere un percorso insieme».
Da quel momento, la crescita è stata esponenziale. «Quando sono entrata fatturavamo circa 14 milioni di dollari, lo scorso anno abbiamo chiuso a 140 milioni. Abbiamo aperto undici filiali nel mondo, costruite direttamente da noi soci, occupandoci di tutto, dagli uffici ai team locali. È stato un vero lavoro di imprenditoria diretta, in contesti culturali e linguistici molto diversi».
Oggi Pardgroup si configura come una realtà globale strutturata, con una presenza capillare tra Europa, Medio Oriente, Asia e Stati Uniti. «Dublino è il nostro headquarter internazionale, poi ci sono le sedi di Londra, Madrid, l’Italia e la Svizzera», spiega, elencando una rete che include anche Dubai, Hong Kong, Shenzhen (che sarà trasferita a breve a Shanghai) e New York.
Il cuore dell’attività è ciò che definisce “retailtainment”: «Creiamo esperienze nei punti vendita. Gestiamo anche il personale per la promozione dei prodotti. Abbiamo le nostre fabbriche, chiamate Yellow Factory, e il nostro fiore all’occhiello è AXIELAB, il design studio dedicato alla brand experience».
Particolare attenzione è riservata al mercato americano, considerato strategico per il presente e soprattutto per il futuro. «L’America è uno dei mercati più importanti per noi e diventerà probabilmente il principale». L’ingresso negli Stati Uniti, iniziato nel 2019, ha mostrato subito grandi potenzialità: « Ci siamo subito resi conto dell’enorme potenziale: con il nostro know-how nel design e nell’architettura potevamo offrire un valore aggiunto significativo». Da qui la scelta di aprire una sede a New York, «scelta naturale visto che molti dei nostri clienti sono lì».
Centrale è anche l’integrazione culturale: «Crediamo molto nel mix tra DNA italiano e adattamento locale: i nostri team sono sempre ibridi, americani e italiani, oppure cinesi e italiani. Questa biculturalità funziona molto bene».
Nel confronto tra modelli imprenditoriali, Rapisardi evidenzia differenze nette tra Italia e mondo anglosassone: «Sono assolutamente convinta che sia fondamentale unire le due culture. Io, avendo lasciato l’Italia molto giovane, ho sviluppato un approccio diverso e apprezzo molto il pragmatismo del mondo anglosassone: la capacità di prendere decisioni velocemente».
Perché un’azienda possa eccellere è fondamentale il capitale umano: «Credo moltissimo nella verticalità: all’inizio si può fare un po’ di tutto, ma quando cresci bisogna specializzarsi. Chi fa marketing deve fare marketing, chi si occupa di acquisti deve fare acquisti, e così via».
Per ottenere grandi risultati serve un grande team costruzione dei team: «Non bisogna avere paura di assumere persone migliori di sé». Una visione manageriale chiara, che si distacca da narrazioni più emotive dell’impresa: «L’azienda non è una famiglia né un “bambino”, ma una struttura fatta di manager».
Il focus di Pardgroup resta sempre sul cliente: «La chiave del nostro business è una sola: aiutare il cliente a vendere il proprio prodotto. Possiamo farlo attraverso il field marketing, quindi con promoter sul punto vendita, oppure progettando vetrine, negozi, display o eventi».
In un contesto in cui l’attenzione del consumatore è sempre più ridotta, la sfida è catturarla in pochi istanti: «Oggi l’attenzione di un passante su una vetrina dura tre secondi, dobbiamo catturarla immediatamente».
Da qui nasce la centralità dell’esperienza: «Le persone non vanno più in negozio solo per comprare: vogliono vivere qualcosa. Magari trovano pochi prodotti esposti, ma un ambiente coinvolgente, un’esperienza, un momento di intrattenimento».
Pardgroup si inserisce proprio in questo spazio, progettando ambienti, eventi e interazioni capaci di trasformare il retail in intrattenimento.
Infine, lo sguardo si sposta sul futuro e sull’ambizione personale e aziendale: «Il mio sogno è essere riconosciuti come una vera azienda internazionale, quasi più americana che italiana».
Un intento che non rinnega le radici italiane, ma punta a superarle: «Voglio che Pardgroup sia percepita come una multinazionale, non come un’azienda italiana che si è espansa all’estero».
Una visione coerente con il suo stesso percorso: «Io stessa mi sento in parte italiana e in parte internazionale… il mio obiettivo è superare i confini e costruire un’identità globale».
L’articolo Francesca Rapisardi: «Pardgroup vuole essere una vera multinazionale, non solo un’azienda italiana all’estero» proviene da IlNewyorkese.



