Superbook, terzo giorno: Teresa Ciabatti e il coraggio di non condannare

Terzo giorno, ottavo libro presentato. Il Superbook dell’Istituto Italiano di Cultura di New York chiude la sua selezione con il romanzo più scomodo della rassegna: Donna Regina di Teresa Ciabatti, vincitrice del Premio Rapallo. Non perché parli di camorra, ma perché si rifiuta di condannarla nel modo in cui il lettore si aspetta.

Prima di cedere la parola, Claudio Pagliara ha voluto ringraziare chi ha reso possibili questi tre giorni: tutto lo staff dell’Istituto, e in particolare Malina Mannarino, le addette culturali Silvia Mungardo, Martina Zito e Alessandra Botta, insieme a Gioia e Ilaria, le due giovani tirocinanti.

A moderare con lui il dibattito la Professoressa Stefania Porcelli, del dipartimento di Lingue della Hunter College, Pagliara ha aperto con una domanda secca: come si racconta un uomo responsabile di centinaia di morti senza giustificarlo, ma anche senza ridurlo a una categoria?

L’idea del romanzo nasce da un suggerimento di Roberto Saviano, che spinge Ciabatti a immergersi in un mondo che non conosce. L’autrice passa quattro anni a frequentare il vero Giuseppe “Peppe” Misso, ex boss della camorra napoletana. Misso la sottovaluta fin dall’inizio: la vede come una “casalinga innocua,” e proprio per questo le concede un accesso che avrebbe negato a qualunque giornalista d’inchiesta. Ciabatti raccoglie quello che chiama il “materiale di scarto” dei giornalisti di inchiesta, la passione di Misso per i piccioni, la sua fede negli UFO, le piccole ossessioni di un uomo che ha fatto cose inimmaginabili, e lo trasforma nella chiave per raccontare qualcosa di più complesso di un semplice ritratto criminale.

Ciabatti non cerca l’assoluzione per Misso, ma l’indagine. Racconta che a quattordici anni era già in carcere, dove subì torture. Racconta il post-terremoto dell’Irpinia, il vuoto lasciato dallo Stato, la camorra che in quel vuoto si insedia, distribuisce denaro, risolve problemi, si trasforma agli occhi dei disperati in una forma distorta di protezione. Non è una giustificazione. È una mappa.

La svolta più inattesa arriva quando il focus si sposta. Donna Regina non è, alla fine, un libro sul boss. È un libro sulla narratrice, una giornalista borghese che, mentre cerca di raccontare Misso, si ritrova a fare i conti con qualcosa di molto più vicino e molto più doloroso: il tentato suicidio della figlia adolescente. Le questioni intime “mangiano” lo spazio della storia di camorra. Il romanzo diventa anti-epico, anti-eroico. La vera protagonista non è il boss, ma una madre che non aveva visto quello che aveva davanti.

Ciabatti cita dati che lasciano poco spazio all’ottimismo: l’ospedale Bambin Gesù di Roma è passato da 150 richieste di intervento psichiatrico all’anno prima del 2022 a 2000 l’anno successivo. Un’esplosione del disagio adolescenziale, trasversale a classi sociali e contesti familiari, che la pandemia ha accelerato ma non creato. La cecità della protagonista davanti alla sofferenza della figlia non è un caso isolato: è lo specchio di un’intera generazione di adulti che hanno proiettato sui figli un’immagine ideale senza vedere la realtà.

Il paradosso più acuto del libro è che in questo contesto è il boss, non la madre, a mostrarsi più lucido. Misso ha accettato pubblicamente il figlio trans, un gesto che ha cambiato di fatto le regole non scritte della camorra, permettendo ai familiari LGBTQ+ dei boss di esistere senza vergogna. Un uomo che ha ordinato centinaia di omicidi capace di un’apertura che molti non hanno saputo trovare. Ciabatti non lo celebra. Lo usa come specchio.

C’è poi la parabola dell’irrilevanza. L’autrice viene invitata al matrimonio di Misso, un evento surreale e itinerante, che ha coinvolto molto i presenti, costruito per sfuggire a possibili minacce. Sul posto si rende conto che è una messa in scena. Il boss è vecchio, acciaccato, e non fa più paura a nessuno. La sua vera sconfitta non è la prigione. È la consapevolezza che “nessuno vuole più ucciderti.”

A chiudere la serata è stato Pagliara, leggendoun episodio che Ciabatti aveva scartato dal romanzo. Misso viene incaricato di uccidere un cantante. Arriva con la pistola. Ma quando si trova di fronte all’uomo, il cui repertorio aveva accompagnato la sua giovinezza, si ferma. Depone l’arma. Gli dice solo: “Complimenti, maestro.”

È con questa storia, rimasta fuori dal libro, che si chiudono tre giorni di letteratura italiana a New York. Otto romanzi, otto voci, un paese che prova a raccontarsi a un pubblico che ancora lo conosce poco. Domani, da Rizzoli, si scoprirà quale di questi libri ha convinto di più: il vincitore del Superbook sarà proclamato lì, tra gli scaffali di una delle librerie italiane più iconiche d’America. Ma il senso del premio, in fondo, era già tutto qui: portare la letteratura italiana fuori dai confini in cui rischiava di restare, e dimostrare che ha ancora qualcosa da dire al mondo.

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