A oltre cinque secoli dalla sua morte, Raffaello Sanzio continua a essere una figura centrale della cultura occidentale, capace di attraversare epoche e contesti diversi senza perdere forza né attualità. La mostra Raphael: Sublime Poetry allestita al Metropolitan Museum of Art – costruita attraverso una rete di prestiti internazionali e un lavoro pluriennale di ricerca – offre l’occasione per rileggere il suo percorso come un’esperienza pienamente immersa nel sistema politico, economico e culturale del suo tempo. In questa intervista, assieme a Giulia Silvia Ghia, storica dell’arte e assessora alla cultura del I municipio di Roma dal 2021, ed a partire dal suo podcast e dal libro Son Raffaello, il divin pittore, abbiamo provato a restituire un’immagine più complessa dell’artista: non solo autore di opere iconiche, ma figura capace di muoversi tra committenze, relazioni e strategie di diffusione, in un modo che, per molti aspetti, dialoga ancora con il presente.
La locandina della mostra al MET Museum
Dottoressa Ghia, la prima cosa che volevo chiederle è molto semplice, ed è: perché Raffaello?
Raffaello è una figura che ha interpretato la bellezza del suo tempo in modo così universale che ancora oggi la riconosciamo: guardare le sue opere fa stare bene, in modo quasi immediato.
L’idea di lavorare su di lui è nata durante il Covid, quando eravamo chiusi in casa. In quel periodo cadevano le celebrazioni per i 500 anni dalla sua morte, nel 2020: mostre importanti, come quella alle Scuderie del Quirinale, aprivano e chiudevano a seconda delle restrizioni. Allo stesso tempo, uscivano molte ricerche nuove, spesso sostenute dal Comitato Raffaello, ma senza una reale diffusione. Per chi, come me, era coinvolto in quei gruppi di studio, era frustrante vedere scoperte importanti passare quasi inosservate.
Una delle più interessanti riguarda la Villa Farnesina, decorata da Raffaello per il banchiere Agostino Chigi. Studiando gli affreschi – a partire dalla Galatea e dagli episodi mitologici – si è scoperto che Raffaello non si limitava a raccontare la mitologia classica: recuperava anche tecniche e materiali antichi. Tra questi, il cosiddetto “blu egizio”, un pigmento artificiale inventato dagli Egizi, considerato il primo della storia.
A differenza degli altri colori, ottenuti da minerali naturali come terre e lapislazzuli, il blu egizio aveva una composizione complessa e non era più in uso nel Rinascimento. Raffaello lo riscopre grazie alla lettura di Vitruvio, che nei suoi trattati descrive anche le ricette dei pigmenti antichi. È un esempio molto concreto di come il Rinascimento non fosse solo imitazione dell’antico, ma anche recupero tecnico e sperimentazione.
Da qui nasce il progetto: raccontare un Raffaello diverso, aggiornato alla luce delle scoperte recenti, ma anche più umano. Il titolo, “Son Raffaello, il divin pittore”, gioca proprio su questo: da un lato il mito, dall’altro il tentativo di riportarlo a terra. Perché, oltre a essere un genio, è stato anche un protagonista pieno del suo tempo, quasi un imprenditore ante litteram della prima vera industria culturale creativa.
All’interno del podcast, una cosa che colpisce subito è questo Raffaello, interpretato chiaramente da Neri Marcorè, che parla in prima persona, come se fosse contemporaneo. Quanto c’è di interpretazione e quanto di ricostruzione storica e rigorosa in questa scelta narrativa?
La parte più complessa è stata trovare una sintesi. Per il podcast era necessario farlo, ma per arrivarci serve una conoscenza molto solida: studio, letture, materiali diversi. Solo così puoi semplificare senza banalizzare e rendere tutto comprensibile anche a chi non ha una formazione specifica.
L’obiettivo era proprio questo: rendere Raffaello più accessibile, quasi “pop”. Portare contenuti anche molto tecnici – come le indagini diagnostiche sui dipinti, le radiografie che rivelano il disegno sottostante o i cosiddetti pentimenti – dentro un racconto capace di coinvolgere anche chi non conosce la storia dell’arte o le tecniche esecutive.
Il lavoro è stato quindi raccogliere materiali eterogenei e restituirli in una forma narrativa più immediata. La prima persona serve a questo: permette a Raffaello di “confessare”, per esempio di aver modificato una figura poi scoperta proprio grazie alle analisi scientifiche. Rende il racconto più diretto, più immediato, senza il filtro di uno storico dell’arte che interpreta e media. Non perché quel filtro sia meno valido, ma perché rischia di risultare meno accessibile a chi non ha familiarità con certi linguaggi.
Nel podcast, però, non parla solo Raffaello. Le otto puntate sono costruite come monologhi paralleli: lui racconta, per esempio, un momento della sua vita o un’opera, e accanto a lui intervengono altre voci, come i committenti o figure del suo tempo. Non è un dialogo vero e proprio, ma un montaggio di prospettive: lo stesso episodio viene visto da più punti di vista, mettendo insieme il racconto dell’artista e quello di chi quell’opera l’ha voluta, commissionata, vissuta.
Al podcast poi si è affiancato, tempo dopo, il libro omonimo del podcast. È un libro che restituisce molto il contesto politico, sociale ed economico in cui Raffaello viveva e operava. Quanto era complessa la sua realtà, il settore in cui lavorava, rispetto a oggi? Era più facile fare l’artista nel rinascimento?
Secondo me non è cambiato così tanto. Più che altro cambia il contesto, ma resta centrale la capacità di cogliere le opportunità del proprio tempo.
Raffaello nasce nell’Italia dei comuni e delle signorie. Rimane orfano molto presto – prima la madre, poi il padre – e a dodici anni si trova già a lavorare nella bottega di famiglia. Da lì però capisce subito che Urbino gli sta stretta. Anche grazie ai contatti del padre e ai legami con la corte dei Montefeltro, riesce a entrare in circuiti più ampi e si sposta a Firenze.
A Firenze, però, non è tutto semplice. Si trova in un ambiente dominato da figure come Leonardo da Vinci e Michelangelo, che in quegli anni lavoravano a imprese come le grandi battaglie nel Salone della Signoria. Raffaello non sfonda subito lì, e infatti continua a lavorare anche per committenti umbri. Intuisce però che deve muoversi in modo diverso: punta molto sulle relazioni e sulle committenze, e sviluppa una grande abilità nei ritratti, dove riesce a cogliere qualcosa di più intimo dei soggetti.
Parallelamente produce moltissime Madonne, che erano tra le opere più richieste: oggetti quasi “necessari” nelle case dell’epoca. È anche così che costruisce la sua rete.
La svolta arriva con Roma e con il pontificato di Papa Giulio II. Raffaello arriva lì già raccomandato, entra in un ambiente competitivo e viene messo subito alla prova. Dopo un primo intervento nella Stanza della Segnatura, il Papa gli affida l’intero cantiere. Da quel momento si trova a coordinare altri artisti, anche più affermati di lui: una posizione complessa, che genera tensioni ma che lui riesce a gestire costruendo una vera squadra.
Da lì in poi il suo lavoro si espande: non è solo pittore, ma anche architetto, progettista, e arriva a ricoprire incarichi istituzionali come quello di sovrintendente delle antichità di Roma. In questo senso può essere visto quasi come un imprenditore della cultura.
Rispetto a oggi, forse c’era meno concorrenza in termini numerici, ma mancava completamente la rete che abbiamo oggi. Non esistevano strumenti di comunicazione rapidi, né la possibilità di circolare facilmente idee e lavori. Oggi siamo molti di più, ma anche infinitamente più connessi.
Per questo dire che fosse “più facile” fare l’artista nel Rinascimento è un po’ fuorviante: erano difficoltà diverse. Alla fine, allora come oggi, faceva la differenza la capacità di muoversi dentro il proprio tempo.
La copertina del libro “Son Raffaello, il Divin Pittore“
Fanno sorridere alcuni parallelismi rispetto alla modernità: si può parlare, di Raffaello, in termini di labor mobility, di stage, di pitch, di upselling, di blue ocean… tutto questo ci restituisce una figura “moderna” di Raffaello, imprenditore, manager. Sicuramente qualcosa che strizza l’occhio all’America odierna, al sogno americano che tanto si racconta: può essere qualcosa che ci aiuta a raccontare il personaggio e andare oltre l’estetica, comprendendo non solo le opere ma anche il loro contesto?
Sì, e in parte è proprio quello che abbiamo provato a fare, soprattutto nel libro. C’è una prima sezione che nel podcast non trovava spazio, in cui Raffaello viene collocato dentro il suo tempo: un’Italia frammentata tra stati, signorie e lo Stato Pontificio, molto più esteso di oggi. Raccontare questo contesto serve anche a capire meglio le sue opere.
Per esempio, negli affreschi delle Stanze Vaticane compaiono episodi legati direttamente alla politica del tempo. Papa Giulio II, che era un papa guerriero, partecipò personalmente a campagne militari – come quella contro i francesi nei territori di Bologna – e dopo una sconfitta fece voto di non tagliarsi la barba. Questo dettaglio si riflette nei ritratti: nella Stanza della Segnatura appare rasato, in quella successiva con la barba. Senza conoscere questi episodi, si perde un livello di lettura importante.
Ma il punto è proprio questo: Raffaello non era solo un artista, era immerso in un sistema complesso, fatto di potere, relazioni, committenze e opportunità. E qui i parallelismi con oggi iniziano ad avere senso.
Uno dei casi più interessanti è quello della diffusione delle sue opere. Vedendo il successo delle stampe di Albrecht Dürer, capisce che il valore non sta solo nell’opera originale, ma anche nella sua riproducibilità. Si affida quindi a Marcantonio Raimondi, incisore abilissimo, che traduce i suoi lavori su lastre di rame. Da lì si producono stampe che circolano in tutta Europa.
È, di fatto, una strategia di distribuzione: Raffaello diventa “grande” anche perché le sue immagini viaggiano. È anche così che diventa un artista riconosciuto e affermato, nonostante sia morto molto giovane, a 37 anni.
Ci avviciniamo alla mostra del Metropolitan Museum of Art, Raphael: Sublime Poetry. Ma prima, c’è qualcosa di diverso nel modo in cui viene percepito Raffaello negli Stati Uniti rispetto al pubblico italiano, anche magari in virtù di questo personaggio che, raccontiamo, strizza un po’ l’occhio al capitalismo americano?
Sì, una differenza c’è. In Italia Raffaello non è solo l’artista che si incontra dentro una mostra: è una presenza più diffusa, quasi strutturale. A Roma, per esempio, lo ritrovi in contesti molto diversi, dalle chiese agli spazi monumentali, dalla Villa Farnesina alle Stanze Vaticane. Fa parte di una narrativa quotidiana, e per questo alcune cose tendiamo a darle per scontate.
Negli Stati Uniti, invece, questo non succede. Qui Raffaello entra soprattutto nello spazio del museo, e quindi diventa fondamentale il modo in cui viene accompagnato e spiegato. Io, per esempio, guardo sempre con attenzione le didascalie, perché per me sono un elemento essenziale dell’accoglienza: non solo in termini di accessibilità fisica, ma anche di comprensione. E in questa mostra ho notato che fanno un ottimo lavoro, perché non danno nulla per scontato. Spiegano, per esempio, le Marche, Urbino, il fatto che quella di Raffaello fosse un’Italia diversa, fatta di comuni, signorie e Stati regionali. Per un pubblico americano questo è necessario; per un pubblico italiano magari fa sorridere, perché molte di queste cose le assorbiamo quasi per familiarità culturale.
L’aspetto più difficile da far capire, però, è un altro: il contesto originario delle opere. Cioè il fatto che molte nascessero per un luogo preciso, per una chiesa, per una cappella, per una committenza specifica, e che quindi dialogassero con uno spazio e con altre immagini. Oggi parleremmo quasi di opere site-specific, ma in realtà questo rapporto tra opera, luogo e committente esiste da sempre. Farlo percepire a chi vede quelle opere isolate, dentro il museo, non è semplice.
Secondo me la mostra riesce bene anche in questo, pur senza puntare tutto sui grandi capolavori più iconici. Anzi, trovo giusta la scelta di non spostare opere troppo delicate o troppo centrali per le collezioni che le conservano. Molte opere di Raffaello sono su tavola, quindi su legno: un supporto vivo, sensibile all’umidità e agli sbalzi di temperatura, molto più delicato da movimentare rispetto alla tela.
In compenso, la mostra racconta molto bene il lavoro di Raffaello e il suo processo creativo. Ci sono tantissimi disegni, alcuni davvero rarissimi, e proprio questa parte mi ha colpita molto. Per esempio, il percorso dedicato al Trasporto di Cristo al sepolcro della Galleria Borghese, noto come Pala Baglioni: invece di spostare la pala, si racconta la sua genesi attraverso studi preparatori, confronti con l’antico e persino con un sarcofago della collezione del Met che mostra una composizione simile. Così emerge con chiarezza quanto per Raffaello l’antico fosse una fonte continua di ispirazione.
Questa stessa storia, tra l’altro, è raccontata anche nel podcast: Raffaello ricostruisce il lavoro fatto per quell’opera, mentre parallelamente interviene la voce di Atalanta Baglioni, la madre del giovane Federico a cui la pala era dedicata, che racconta la commissione e il dolore da cui nasce. È uno dei casi in cui il racconto del podcast aiuta molto a restituire il pathos e il contesto umano dell’opera.
Per questo direi che negli Stati Uniti Raffaello viene percepito in modo forse più mediato, più spiegato, più guidato. In Italia, invece, è più immerso nel paesaggio culturale e quindi più “naturale”, ma anche più esposto al rischio di essere dato per scontato.
A me la mostra, pur partendo da una conoscenza già approfondita, ha comunque arricchito molto. Ho visto materiali che conoscevo solo dai libri e credo che meriti tempo: idealmente andrebbe vista con calma, o anche più di una volta, perché ha davvero molto da restituire.
Per questa mostra vi sono 200 opere che raccontano l’intero arco della carriera di Raffaello. Secondo lei, qual è l’aspetto di Raffaello che oggi viene ancora sottovalutato?
Forse l’aspetto più sottovalutato è quello umano. Raffaello viene spesso raccontato come una sorta di “macchina da guerra” perfetta, uno che per arrivare dove è arrivato ha dovuto per forza muoversi in modo aggressivo. Studiandolo, però, emerge un’altra immagine: quella di una persona estremamente empatica.
Questa dimensione si intuisce anche nelle fonti. Giorgio Vasari, nelle Vite, lo descrive come un uomo molto amato e lega la sua morte agli eccessi delle passioni amorose. Altre ipotesi parlano invece di un possibile avvelenamento, segno di un ambiente competitivo e anche violento, in cui rivalità e tensioni erano forti.
Al di là delle ricostruzioni, quello che colpisce è ciò che emerge dalle sue lettere, soprattutto quelle indirizzate allo zio: lì si percepisce il bisogno di dimostrare di essere indipendente, di essere all’altezza della figura paterna, che era stato a sua volta artista. È un lato più fragile, meno “mitizzato”.
Poi c’è il modo in cui lavorava. Raffaello non era solo un grande pittore, ma anche qualcuno capace di costruire e gestire una squadra. Coinvolgeva molto la bottega, affidava parti delle opere ai suoi collaboratori, partendo spesso da disegni preparatori che venivano poi sviluppati insieme. È anche per questo che esistono più versioni di uno stesso soggetto, soprattutto nelle Madonne, e che a volte è difficile distinguere cosa sia interamente di sua mano.
Questa capacità di fare squadra, di responsabilizzare gli altri, dice molto del suo carattere. Più che un artista isolato, era qualcuno che lavorava dentro un sistema collettivo, valorizzandolo.
Il podcast nasce anche da qui: dal tentativo di restituire questo lato più umano, meno distante. Farlo parlare in prima persona serve proprio a questo, a togliere un po’ di distanza e a far emergere non solo il “divin pittore”, ma una figura curiosa, concreta, immersa nel suo tempo.
Uno scorcio della mostra al MET con tre ritratti; da sinistra verso destra: Ritratto di Bindo Altoviti (1515), Ritratto di Baldassarre Castiglione (1514-1515), La Fornarina (1518-1520)
Ultima domanda: di questa mostra mi ha colpito molto la lista degli enti prestatori. Sappiamo che questa è una mostra di prestiti internazionali e, senza nulla togliere agli altri Paesi che vi compaiono anche più volte, beh, c’è una sfilza quasi infinita di enti prestatori italiani: Accademia Carrara, Galleria Borghese, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria Nazionale delle Marche, Galleria Nazionale dell’Umbria, Fondazione Brescia Musei, solo per citarne alcuni. Sicuramente questo ci racconta il grande patrimonio artistico che abbiamo qui in Italia – e del resto, Raffaello è “roba nostra”, anche se poi non era l’Italia di oggi ma ci piace pensarla sempre così per le cose nate e vissute nella Penisola, come con i Romani. Ma ci racconta anche di un rapporto con gli Stati Uniti che questa mostra suggella, no?
Sì, ed è un aspetto molto evidente. Questa mostra è il risultato di un lavoro lungo, circa sette anni, fatto di studi e soprattutto di relazioni costruite con musei e istituzioni. La curatrice ha lavorato in modo capillare, coinvolgendo moltissimi enti, in particolare italiani.
Le opere arrivate dall’Italia sono 37, ma avrebbero potuto essere anche di più. Il punto è che molte sono difficilmente movimentabili: per ragioni conservative, perché sono troppo delicate, oppure perché sono centrali per le collezioni che le custodiscono. Per alcuni musei, magari più piccoli, prestare l’unico Raffaello significa perdere temporaneamente un elemento fondamentale della propria identità e anche dell’attrattività verso il pubblico.
Dall’altra parte, negli Stati Uniti – e in particolare al Metropolitan Museum of Art – esiste una struttura che rende possibili operazioni di questa scala. Qui entrano in gioco i grandi sostenitori privati, come Morgan Stanley, che investono su progetti di altissimo livello. Non a caso negli ultimi anni hanno sostenuto mostre su Michelangelo e Leonardo da Vinci: puntano su figure che rappresentano un’eccellenza riconosciuta a livello globale.
Una mostra come questa ha costi molto alti – si parla di circa 10 milioni di dollari – e senza questo tipo di sostegno sarebbe difficile realizzarla. Non è solo una questione economica, ma anche di modello: i musei americani, pur essendo formalmente privati, funzionano come istituzioni profondamente pubbliche. Nascono e si sostengono grazie al contributo delle persone e dei grandi finanziatori, e vengono percepiti come un bene collettivo.
Questo si riflette anche nel modo in cui sono costruite le mostre: devono parlare a un pubblico ampio, restituire più livelli di lettura, permettere a chi entra di riconoscersi in qualche modo in ciò che vede.
In Italia il modello è diverso. I musei sono pubblici e lo Stato ha un ruolo centrale, anche nel rapporto con eventuali sponsor privati. Questo garantisce una tutela forte, ma rende più complessa – anche a livello culturale – una collaborazione strutturata con il privato su larga scala.
Quindi sì, questa mostra racconta anche questo: da un lato la densità del patrimonio italiano, dall’altro la capacità americana di valorizzarlo su scala internazionale, grazie a un sistema di risorse, relazioni e investimenti che consente di mettere insieme operazioni così ambiziose.
L’articolo Giulia Silvia Ghia racconta Raffaello, oltre i capolavori proviene da IlNewyorkese.



