Alla fine si dimise. Stiamo parlando del presidente della FIGC Gravina che dopo l’incontro con le componenti del consiglio federale ha deciso di gettare la spugna. Qualcuno ha detto che lascia per due rigori sbagliati. No, dico io, lascia per due mondiali falliti a distanza di pochi anni.
Dramma, sportivo ma non solo, anche politico, simbolico, economico, di marketing, poetico, antropologico, generazionale, che si somma alla disavventura della coppia Tavecchio-Ventura. In tutto fanno tre mondiali mancati in 12 anni.
L’ultima volta uscimmo in Brasile ai gironi di qualificazione, presi a morsi dall’Uruguay. Quattro anni prima lo stesso, umiliati dalla piccola Slovacchia. Poi umiliati dalla piccolissima Macedonia del Nord. Ora la modesta Bosnia. Germania, Francia, Spagna, Inghilterra, Argentina sono già di un’altra serie. Forse le vedremo solo in delle amichevoli.
Ma torniamo al dunque e alla questione politico-etica delle dimissioni nel nostro Paese. Martedì sera, a tarda sera, i convitati di pietra di quella surreale conferenza stampa che abbiamo visto dicevano: dimettersi tutti subito e in coro. Nothing personal, ma ognuno ha fallito nel proprio ruolo manageriale. Buffon boh, Ringhio piange, e Gravina prova a buttarla sui politici. E dice che c’è un’ossessione nei suoi confronti.
Il ministro dello Sport Abodi lo ha sconfessato e addirittura maggioranza e opposizione, che litigano su tutto, si accordano per chiedere al premier Meloni di sloggiarlo. Lasciamo perdere le gaffe sugli altri sport e gli altri sportivi che stanno facendo invece grande l’Italia, ma quando si sbaglia a questi livelli ci si dimette subito di motu proprio.
I motivi di questa crisi profonda del nostro calcio li abbiamo detti tutti negli ultimi anni fino allo sfinimento, ha ragione Galliani, uno dei possibili eredi, a dire “che barba che noia, che barba che noia”. Noi non siamo vittime della nostra storia, è che non sappiamo più leggere il tempo presente.
Mio figlio Ale quando a Berlino Grosso ci fece impazzire era nella pancia di mia moglie. Forse farà il giornalista sportivo, è milanista ma a San Siro comanda un fondo americano. Poco più in là sul lago di Como c’è una ex squadretta che rischia di andare in Champions con soldi e intelligenze non italiane. Non giocano italiani nel Como e il Milan dà quasi niente alla nazionale.
Credo che basti e avanzi. Buona fortuna a chi verrà anche se oltre alla fortuna ci vogliono lavoro, capacità, organizzazione, visione. Per avere un sogno nel cassetto ci vuole anche il cassetto.
L’articolo Siamo nel pallone proviene da IlNewyorkese.



