La finale del campionato di football americano si è conclusa con la vittoria dei Seattle Seahawks, che hanno battuto 29 a 13 i New England Patriots al Levi’s Stadium di Santa Clara, in California. Il Super Bowl resta l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti e uno dei più visibili a livello globale, per numeri televisivi, investimenti pubblicitari e centralità culturale.
Per i Seahawks si tratta della seconda vittoria nella storia del Super Bowl, dopo il successo del 2014. La franchigia di Seattle era già arrivata altre due volte alla finale, uscendone sconfitta, una delle quali proprio contro New England nel 2015. La vittoria consolida l’identità difensiva della squadra, storicamente uno dei tratti distintivi del progetto sportivo degli ultimi dieci anni.
I Patriots arrivavano alla finale con il peso di una tradizione unica: sei Super Bowl vinti, tutti tra il 2002 e il 2019, nel periodo in cui il volto della squadra era Tom Brady, considerato il quarterback più vincente e riconoscibile del football americano contemporaneo. Il confronto con Seattle ha però segnato una netta discontinuità rispetto a quell’era.
Tom Brady con la divisa dei New England | via Shutterstock
L’andamento della partita è stato fortemente condizionato dalla difesa dei Seahawks, che ha limitato in modo sistematico l’attacco di New England. Ad evidenziare la caratura difensiva dei Seahawks ci ha pensato il risultato del match all’inizio del quarto quarto, dove i Patriots non avevano ancora messo a segno alcun punto: un evento raro in una finale di questo livello. Il premio di MVP, assegnato al miglior giocatore della partita, è andato al running back Kenneth Walker III. È la prima volta dal 1998 che un giocatore in questo ruolo riceve il riconoscimento nel Super Bowl: il running back è il giocatore che riceve il pallone dal quarterback e avanza palla in mano, cercando di superare la linea difensiva avversaria.
Accanto alla prestazione di Walker, ha inciso anche la prova del quarterback Sam Darnold, 28 anni, alla sua prima stagione con i Seahawks. Arrivato a Seattle lo scorso marzo tra molte perplessità, dopo stagioni altalenanti, ha gestito l’attacco con continuità e senza errori decisivi. Nel football americano il quarterback è la figura centrale dell’azione offensiva, chiamato a scegliere in pochi secondi se correre, passare corto o lanciare lungo.
Come ogni anno, il Super Bowl ha affiancato allo spettacolo sportivo quello dell’intervallo. Protagonista dell’halftime show è stato Bad Bunny, che ha portato sul palco un’esibizione interamente in spagnolo, evento senza precedenti nella storia della manifestazione. Il set, durato circa quindici minuti, è stato costruito come un racconto visivo e musicale della cultura portoricana. L’artista ha aperto lo spettacolo in una scenografia che richiamava un campo di canna da zucchero, circondato da figuranti vestiti da jíbaros, i contadini tradizionali di Porto Rico. Ha eseguito “Tití Me Preguntó” e “Yo Perreo Sola”, tutti successi commerciali, e si è presentato al pubblico con il suo nome completo, Benito Antonio Martínez Ocasio.
Nel corso dell’esibizione è entrata in scena anche Lady Gaga, all’interno di una messa in scena che simulava un ricevimento di nozze, trasformato progressivamente in una festa di quartiere. Tra i ballerini sono apparse diverse celebrità a sorpresa, tra cui Pedro Pascal, Cardi B e Jessica Alba. La parte centrale dello show ha poi assunto toni più esplicitamente politici: Bad Bunny ha eseguito brani tratti dall’album Debí tirar más fotos (2025), come “Baile Inolvidable” e “Nuevayol”, con riferimenti visivi ai blackout ricorrenti dell’isola. È apparso anche Ricky Martin, mentre venivano citati, anche musicalmente, momenti chiave della storia recente del reggaeton, inclusa “Gasolina” di Daddy Yankee.
Nel finale, il cantante portoricano ha chiuso lo show con il classico «Dio benedica l’America», seguito da una serie di nomi di Paesi del Sudamerica mentre sullo schermo dietro di lui campeggiava la scritta “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”. L’esibizione è stata letta come un intervento culturale con un significato politico esplicito, anche alla luce delle posizioni pubbliche assunte dall’artista contro le politiche anti-immigrazione di Donald Trump, che nel frattempo ha definito lo spettacolo «terribile». In molte recensioni lo show è stato accostato, per impatto e coerenza, a quello di Prince nel 2007, indicato come uno dei precedenti più riusciti nella storia dell’halftime show del Super Bowl.
L’articolo Com’è andato il Super Bowl, tra partita e <i>halftime show</i> proviene da IlNewyorkese.



